All’inizio del 2026 gli Stati Uniti attraversano una delle fasi più difficili della loro storia politica recente. Le dichiarazioni bellicose e le conseguenti azioni del Presidente Donald Trump, soprattutto sul piano della politica estera ma anche nei confronti degli avversari, siano essi politici, magistrati, giornalisti o istituzioni federali, portano lo scontro ad un livello molto pericoloso.

Negli ultimi mesi, Trump ha deciso interventi militari all’estero senza la preventiva autorizzazione del Congresso, prevista dalla Costituzione salvo i casi di risposta immediata a un attacco militare diretto. Parallelamente, ha usato un linguaggio sempre più duro nei confronti dei suoi avversari politici, parlando di “nemici interni”, “traditori” e di “sedizione”. In questo quadro, il controllo istituzionale e il dissenso vengono rappresentati come una minaccia al potere legittimamente costituito, e non come componenti essenziali di uno Stato di diritto e della dialettica democratica.

Emerge dunque una concezione del potere come assoluto perché avallato dal popolo in libere elezioni, tipico delle cosiddette “democrature”.

Questo tema però non riguarda solo l’America. Le vicende statunitensi costringono anche noi a riflettere sui rischi che corre l’Europa, culla della democrazia liberale a cui si ispira la Costituzione americana. Negli Stati Uniti è in corso uno scontro che riguarda il futuro e il funzionamento della democrazia, anche della nostra.

In questo scenario lo scontro politico all’interno degli Stati Uniti si va facendo sempre più aspro ed è rilevante constatare che adesso le critiche a Trump non provengono solo dall’opposizione democratica: negli ultimi mesi ma soprattutto negli ultimi giorni, dopo l’intervento militare in Venezuela, quello minacciato contro altri stati del centro America e perfino contro la Groenlandia, che è territorio danese e quindi europeo, anche senatori e deputati repubblicani si sono espressi contro le scelte del presidente. Ed è per questo che le elezioni di midterm del 2026 assumono un significato che va ben oltre il normale rinnovo del Congresso: diventano un passaggio decisivo per la tenuta dell’assetto istituzionale americano.

La reazione democratica è stata immediata e dura. I rappresentanti del Partito Democratico hanno accusato il presidente di aver oltrepassato i limiti costituzionali, denunciando l’uso della forza militare senza un chiaro mandato parlamentare e l’atteggiamento di sistematica svalutazione del ruolo del Congresso. Ecco alcune prese di posizione:

Chuck Schumer (senatore e leader democratico al Senato, New York) ha parlato apertamente di una violazione dell’equilibrio tra i poteri per non aver coinvolto il Congresso sull’azione militare in Venezuela, mentre Elizabeth Warren (senatrice, Massachusetts) ha messo in guardia contro un uso sempre più estensivo e pericoloso del potere esecutivo, ricordando che le regole dello Stato di diritto valgono anche quando rallentano l’azione di governo. Bernie Sanders (senatore, Vermont), da una posizione diversa ma convergente, ha richiamato l’attenzione sul rischio di una deriva autoritaria, sottolineando come la criminalizzazione del dissenso e il ricorso a una retorica fondata sulla paura rappresentino un segnale di allarme per qualsiasi democrazia. Mark Kelly (senatore, Arizona): «I militari americani giurano fedeltà alla Costituzione, non a un presidente. Obbedire a ordini illegali non è un dovere, è una violazione della legge».

Il caso del senatore Mark Kelly è diventato emblematico. Ex ufficiale della Marina, astronauta, figura con una forte credibilità pubblica, Kelly è stato oggetto di attacchi e iniziative percepite come intimidatorie dopo aver criticato apertamente il presidente e aver richiamato l’attenzione sul dovere dei militari di non eseguire ordini illegali.
Al di là del merito giuridico, il messaggio politico è apparso chiaro a molti osservatori: colpire simbolicamente una figura rispettata per dissuadere altri dal seguire la stessa strada.
I leader democratici hanno quindi parlato apertamente di abuso di potere, di violazione dell’equilibrio tra esecutivo e legislativo e di un uso improprio della forza militare.

Molti esponenti democratici hanno anche sottolineato come, mentre una parte crescente degli americani affronta difficoltà economiche e l’aumento del costo della vita, l’amministrazione concentri attenzione e risorse su iniziative militari all’estero, alimentando la percezione di una distanza tra le priorità del governo e i problemi quotidiani dei cittadini.

Ma la vera novità è che le critiche non provengono più soltanto dall’opposizione.
Accanto alle prese di posizione dei democratici, sono emersi segnali sempre più evidenti di disagio anche tra senatori e deputati repubblicani. Alcuni hanno espresso perplessità sull’uso della forza senza un chiaro coinvolgimento del Congresso; altri hanno criticato la retorica aggressiva verso alleati storici e il rischio di isolamento internazionale degli Stati Uniti.

Questo dissenso non è ancora maggioritario, ma è politicamente rilevante.
Alcune prese di posizione sono state esplicite e pubbliche, anche sui social media:
Senatori repubblicani come Lisa Murkowski (senatrice, Alaska) hanno sottolineato come le minacce di ricorrere alla forza o di mettere in discussione alleanze consolidate non rendano l’America più sicura e come la Costituzione assegni al Congresso un ruolo che non può essere aggirato. Rand Paul (senatore repubblicano, Kentucky) ha ribadito più volte che il presidente non dispone dell’autorità per trascinare il Paese in nuove avventure militari senza l’approvazione parlamentare, definendo questo tipo di forzature un abuso di potere piuttosto che una posizione coerente con il conservatorismo costituzionale. Anche Don Bacon (deputato repubblicano, Nebraska, ex generale), ha espresso preoccupazione per una politica estera caratterizzata da retorica aggressiva e uso disinvolto della forza, mettendo in guardia dai danni alla credibilità internazionale degli Stati Uniti e dai rischi per i militari impegnati nelle operazioni.

Il Partito Repubblicano, tradizionalmente compatto intorno alla figura del presidente, mostra crepe che fino a poco tempo fa sarebbero state impensabili. In particolare, le critiche provenienti da figure con un profilo istituzionale solido – ex militari, senatori di lunga esperienza, rappresentanti di Stati moderati – indicano che il problema non è soltanto ideologico, ma riguarda la tenuta delle istituzioni.

Un segnale ulteriore del clima che si sta creando negli Stati Uniti arriva anche dal Senato che ha approvato, con un voto procedurale bipartisan (52 favorevoli e 47 contrari), l’avanzamento di una risoluzione sulle War Powers che mira a ribadire un principio costituzionale fondamentale: ulteriori azioni militari contro il Venezuela richiedono l’autorizzazione del Congresso. A sostenere l’iniziativa non sono stati solo i democratici, ma anche cinque senatori repubblicani – Rand Paul, Susan Collins, Lisa Murkowski, Todd Young e Josh Hawley. La risoluzione non è ancora legge e potrebbe essere bloccata nei passaggi successivi o da un veto presidenziale, ma il suo significato politico è chiaro: una parte del Congresso, anche all’interno del partito di governo, rivendica il proprio ruolo di controllo sull’uso della forza e segnala una crescente preoccupazione per l’espansione del potere esecutivo in nome dell’emergenza.

Questo clima di scontro si riflette anche nell’opinione pubblica. I principali sondaggi mostrano un presidente con un livello di approvazione stabilmente inferiore alla metà dell’elettorato, intorno al 45% e in discesa. Una parte significativa degli americani esprime preoccupazione per il rischio di nuovi conflitti, per la polarizzazione estrema del dibattito politico e per l’uso esteso dei poteri presidenziali.

Storicamente, un consenso così basso rende molto difficile per il partito del presidente mantenere il controllo del Congresso dopo le elezioni di metà mandato. Le midterm diventano quindi un passaggio cruciale non solo sul piano elettorale, ma istituzionale.
La prospettiva di una sconfitta alle elezioni di midterm apre uno scenario che Trump conosce bene: quello dell’impeachment. Già in passato il presidente è stato messo sotto accusa due volte, senza però essere rimosso dall’incarico. Oggi, tuttavia, le condizioni politiche potrebbero essere diverse. Non è un caso che lo stesso Trump abbia evocato pubblicamente questo rischio, collegandolo esplicitamente all’esito delle midterm. È un’ammissione indiretta della sua attuale fragilità politica.

Di fronte a un dissenso crescente e alla prospettiva di una sconfitta elettorale, il timore di molti osservatori è che il presidente possa optare per una risposta antidemocratica: delegittimazione del voto, uso estensivo di poteri d’emergenza, incitamento alla rivolta.

Realisticamente bisogna dire che gli Stati Uniti non sono sull’orlo di un colpo di Stato classico. Tuttavia, esiste il rischio di una deriva più sottile: l’erosione progressiva delle regole, la normalizzazione dell’eccezione, l’idea che la volontà del leader possa prevalere sui contrappesi istituzionali.
E qui si entra nel terreno delle “democrature”: sistemi formalmente democratici, in cui le elezioni continuano a svolgersi, ma il gioco è sempre più truccato a favore di chi detiene il potere.

Malgrado i rischi, il sistema americano dispone di anticorpi potenti. Il federalismo garantisce agli Stati un controllo diretto sui processi elettorali, riducendo la possibilità di interferenze centralizzate. La separazione dei poteri non è solo teorica: il Congresso e la magistratura hanno dimostrato in passato di saper resistere alle pressioni dell’esecutivo.
Un ruolo decisivo è svolto anche dalle forze armate. I militari statunitensi giurano fedeltà alla Costituzione, non al presidente.
Infine, la società civile, i media, le università, continuano a esercitare una funzione di controllo e di pressione democratica. Nonostante la polarizzazione, il pluralismo informativo e il dibattito pubblico restano vivi.

La posta in gioco è alta: è in discussione il principio secondo cui nessuno, nemmeno il presidente, è al di sopra delle leggi e delle regole che rendono legittimo l’esercizio del potere.

 

 


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