Nella sua prolusione Mario Draghi ha formulato unpressante appello ai leader europei per avviare subito i cambiamenti strutturali dell’Unione che consentano agli europei di affrontare le sfide esistenziali che li minacciano.

Il 14 maggio scorso, ad Aquisgrana, alla presenza dei maggiori esponenti delle Istituzioni europee e della politica tedesca, è stato conferito a Mario Draghi il Premio Internazionale “Carlo Magno”.

Nella sua prolusione, ricca di dati e informazioni fondamentali pur nella sua brevità, l’ex Presidente della BCE e del Governo italiano ha sostanzialmente posto le seguenti questioni: 1) gli europei non possono affrontare le sfide esistenziali della nostra epoca con i mezzi e il funzionamento dell’attuale Unione; 2) per farlo è necessario creare strumenti efficaci e un’autentica legittimità democratica a sostegno delle scelte da compiere insieme; 3) si procederà in questo senso solo se un primo gruppo di Stati più consapevoli potrà cominciare a farlo; 4) la responsabilità dell’iniziativa ricade innanzitutto sui leader europei, e il momento è ora.

Seppure a “volo d’uccello”, riprendiamo ed esaminiamo più da vicino questi punti, anche attraverso le parole dello stesso Draghi, qui di seguito riportate in carattere corsivo.

1) Negli ultimi decenni, in un diverso contesto mondiale, gli europei si erano affidati, per la propria crescita, soprattutto al libero scambio internazionale basato su regole da tutti condivise, senza porsi il problema della propria sicurezza, ritenuta in ogni caso garantita dagli Stati Uniti d’America. Al tempo stesso, un vero mercato interno che consentisse il pieno dispiegarsi di autentiche economie di scala in settori-chiave quali l’innovazione tecnologica, l’energia, la difesa, il mercato dei capitali e del credito, non veniva realizzato. Di conseguenza, l’Europa si trova oggi a scontare un sempre maggiore ritardo e una maggiore vulnerabilità a fronte della crescita, in quegli stessi settori, dei due maggiori attori internazionali, USA e Cina, e del mutato rapporto con gli Stati Uniti (verosimilmente non limitato all’attuale Amministrazione). Vediamo in questo senso alcuni passaggi della prolusione di Aquisgrana.

La crescita è la precondizione per ciò che l’Europa dice di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano. […] [Ma] il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. […] L’Europa sta rispondendo all’interno di un sistema che non era stato concepito per sfide di questa portata. [… Il modello europeo di governance] si basava su due assunti fondamentali: primo assunto, un’economia davvero aperta in cui lo Stato non avesse bisogno di dirigere la crescita: libero scambio al suo interno, libero scambio all’esterno attraverso un ordine internazionale basato su regole; secondo assunto, l’Europa non avrebbe più dovuto affrontare le questioni più difficili sul potere e sulla sicurezza, perché sarebbero state risolte per noi. Entrambi gli assunti si sono ora rivelati fallaci. [… Al nostro interno, però] abbiamo lasciato incompiuto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, i sistemi energetici insufficientemente connessi, la nostra economia avviluppata in strati di regolamentazione. […] L’Europa si è affidata ai mercati per svolgere un lavoro che l’autorità politica comune non era stata messa in condizione di compiere. A quei mercati, però, abbiamo negato la scala continentale di cui avevano bisogno. [Da questo] derivano molte delle vulnerabilità che l’Europa si trova oggi ad affrontare, [innanzitutto la sua] esposizione alla domanda esterna, la sua crescente dipendenza strategica, il deterioramento della posizione dell’Europa nelle tecnologie che definiranno il prossimo decennio (a partire dall’intelligenza artificiale). Eventuali politiche industriali degli Stati membri, nell’attuale struttura del mercato unico, falliranno. Ma un’economia europea davvero integrata cambierebbe di per sé il campo su cui opera la politica industriale. […] I veri campioni europei avrebbero più probabilità di emergere, esposti alla concorrenza continentale e supportati da una strategia politica a livello europeo.

E tanto più è difficile evitare il fatto esterno centrale della nostra epoca: il rapporto con gli Stati Uniti è cambiato. […] Il partner da cui ancora dipendiamo è diventato più conflittuale e imprevedibile. La negoziazione e il compromesso tentati dall’Europa non hanno funzionato. Abbiamo bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo. Ciò che ci frena è la sicurezza. [Infatti] la nostra dipendenza dagli Stati Uniti in materia di sicurezza può estendersi a ogni altra negoziazione: commerciale, tecnologica, energetica. [L’Europa deve pertanto acquisire] maggiore autonomia mettendosi in grado di difendersi.

2) Dunque, assumersi maggiori responsabilità per la nostra difesa. E questo significa anche ricostruire la base industriale e tecnologica da cui quella difesa dipende. [Decisioni al riguardo si sono cominciate a prendere, soprattutto a seguito dell’attacco russo all’Ucraina e al conseguente ulteriore avvicinamento di quest’ultima all’Unione europea …] Il compito ora è trasformare questo mosaico [di decisioni] in impegni chiari e vincolanti. [… Uno dei principali percorsi per concretizzare questi impegni] è dare sostanza operativa all’articolo 42, 7, la clausola di difesa reciproca dell’UE, da tradurre in piani concreti, capacità e strutture di comando. [Si tratta di cambiamenti difficili, che ne comportano altri. Ma oggi si manifesta una nuova consapevolezza.] La pressione per il cambiamento viene ora da ogni direzione. L’Europa è costretta a prendere decisioni finora rinviate. E per la prima volta da molti anni, le condizioni per fare quelle scelte stanno cominciando a esistere. [C’è innanzitutto una] nuova unità di diagnosi. […] Nove cittadini su dieci intervistati dall’Eurobarometro vogliono che l’Unione agisca con maggiore unità; tre quarti vogliono che abbia più risorse per affrontare le sfide future. […] Il punto è come trasformare questa domanda di azione in forme decisionali in grado di soddisfarla. [Per quella che è la nostra esperienza, i meccanismi e le dinamiche di funzionamento dell’attuale Unione sono tali che] un’azione può risultare talmente inadeguata alla portata della sfida da diventare peggio dell’inazione. E una UE che rivendica responsabilità ma delude ripetutamente entra in un ciclo da cui non riesce a uscire: la debolezza nella realizzazione erode la legittimità, e la debolezza della legittimità rende la realizzazione ancora più difficile. Dobbiamo spezzare questo ciclo. [E’ possibile farlo con quello che Mario Draghi definisce “federalismo pragmatico”], cioè ricostruire insieme la capacità di realizzazione e la legittimità democratica. I paesi con la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti che producano risultati che i cittadini possano vedere e misurare. E ciascuno dovrebbe entrare attraverso una scelta nazionale deliberata, approvata dal proprio elettorato, in modo che i cittadini sappiano a cosa si è impegnato il loro governo e possano chiederne conto. La realizzazione costruisce legittimità. La legittimità rende possibile una cooperazione più profonda. E man mano che cresce l'abitudine di agire insieme, cresce anche il senso di scopo comune. [Questa è stata la dinamica del successo dell’euro.] Questo rende duraturi gli impegni europei. […] Il nostro compito ora è creare di nuovo quella stessa dinamica nell'energia, nella tecnologia e nella difesa. […] Abbiamo raggiunto un punto in cui le decisioni che l'Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Alcune richiedono una scala che solo l'Europa può fornire. Altre richiedono un grado di legittimità democratica che va costruito dalle fondamenta.

3) I paesi che sentono il peso di questo momento in modo più acuto, e capiscono che la finestra per l'azione non rimarrà aperta indefinitamente, devono essere liberi di andare avanti.

4) I leader europei sanno dove si trova il lavoro da fare. Devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo, e a scegliere gli strumenti che vogliono realizzarla. [Le decisioni da prendere] richiedono che i leader europei facciano un passo in più. In tutto il nostro continente, gli europei stanno dimostrando di volere che l'Europa agisca. Il compito ora è rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l'Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione.

In conclusione, Mario Draghi usa il linguaggio a lui più congeniale, quello del “federalismo pragmatico”. Ma è evidente che, parlando di potere, di mezzi e di legittimità democratica dell’Unione (o parte di essa per cominciare), lo stesso Draghi pone di fatto la questione centrale della sovranità, cioè della statualità, dell’indipendenza delle istituzioni di governo dell’Europa dagli Stati membri. Questo passaggio di portata storica può essere realizzato o avviando la procedura di riforma dei Trattati, come formalmente e reiteratamente chiesto al Consiglio dal Parlamento europeo nel corso degli ultimi tre anni (e che già obbligherebbe a “forzare” la procedura stessa in quanto basata sull’unanimità), oppure tramite la stipulazione di un nuovo patto, di fatto un patto federale, da parte di un primo nucleo di Stati disponibili. Ci saranno la lucidità, la volontà, il coraggio? Il Cancelliere Friederich Merz era presente alla prolusione di Draghi.

 


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