Alfred Kammer, direttore del Dipartimento Europa del Fondo monetario internazionale, lo scorso 4 novembre ha tenuto una propria comunicazione nel contesto della conferenza organizzata dalla BCE presso l'Euro House, dicendo con molta franchezza che dopo la pandemia da Covid e l’invasione militare della Russia in Ucraina, che hanno messo a dura prova la resilienza dell’Unione europea, l'Europa si troverà ad affrontare una crescita molto bassa nel medio termine. Ne consegue che, a meno di interventi significativi per rilanciare la crescita, “le tradizionali misure di consolidamento fiscale non saranno sufficienti a impedire che i livelli di debito diventino esplosivi, mettendo a rischio il modello sociale europeo”.

Il FMI individua tre aree critiche che frenano la crescita europea.

  • Barriere strutturali: le barriere commerciali intra-UE rimangono elevate, al 44% per le merci e al 110% per i servizi. Le frizioni normative rallentano la mobilità transfrontaliera di capitali e lavoro. E la mancanza di un mercato energetico unificato mantiene elevati i costi e indebolisce la sicurezza e la resilienza energetica.
     
  • Vento contrario demografico: la popolazione europea sta invecchiando. Entro il 2050, oltre due terzi dei paesi dell'UE registreranno un calo della popolazione in età lavorativa. Ciò rende urgente il programma di riforme relative al mercato del lavoro e alle competenze.
     
  • Carenze negli investimenti: in alcuni paesi, in particolare nella regione CESEE (Europa centrale, orientale e sudorientale), le grandi carenze negli investimenti stanno deprimendo la produttività e la crescita del lavoro, sottolineando l'importanza di riforme a livello sia nazionale che dell'UE per approfondire i mercati dei capitali e incentivare gli investimenti privati.

"Come pagherà l'Europa le cose che non può permettersi?" - Il “vento contrario demografico”

Di fronte alla fotografia che ha fatto il FMI sulle aree di criticità dell’Europa, Kammer si è posto la domanda: "Come pagherà l'Europa le cose che non può permettersi?" E, nel darsi la risposta, tra le “cose” di cui alcuni Paesi non potranno permettersi, perché gravati dal debito pubblico e penalizzati da crescita bassa, Kammer indica il mantenimento del “contratto sociale” che sta alla base del “modello europeo” (L'Europa vanta il miglior sistema di protezione sociale al mondo e si posiziona tra i primi per la qualità della vita e il benessere: Europa sociale: le politiche sociali dell’Unione Europea | Tematiche | Parlamento europeo)

A ben vedere c’è un terzo fattore, correlato al debito pubblico e a crescita bassa, che concorre a far saltare i conti del welfare: l’“allungamento della vita media”. A questo riguardo, il Fondo monetario internazionale parla di «allarme longevità» e nei capitoli analitici del Rapporto sulla stabilità finanziaria globale, si legge che «se la vita media nel 2050 si allungherà di 3 anni in più di quanto previsto oggi, il già ampio costo dell'invecchiamento della popolazione aumenterà del 50%». (Fmi: allarme longevità. I conti del welfare sono a rischio, Ius et Norma 10.11.2025).

Focus su proiezioni demografiche Ue nel 2100

Nella nota “La crisi demografica dell'Ue: un quinto della popolazione è over 65, +2,9% rispetto al 2014”, pubblicata in “it.euronews.com” il 21.2.2025 , si legge che “l'età mediana dei Paesi Ue varia dai 39,4 anni dell'Irlanda a 48,7 anni dell'Italia. L'età mediana nell'Ue è aumentata di 2,2 anni tra il 2014 e il 2024. Si prevede che la popolazione dell'Ue aumenterà fino a raggiungere un picco di 453,3 milioni di persone intorno al 2026, per poi diminuire gradualmente fino a 419,5 milioni entro il 2100. L'età mediana dovrebbe aumentare di 5,5 anni, passando da 44,7 anni nel 2024 a 50,2 anni nel 2100. Secondo le proiezioni la percentuale di persone di età pari o superiore a 80 anni nella popolazione dell'Ue aumenterà di 2,5 volte tra il 2024 e il 2100, passando dal 6,1 per cento al 15,3 per cento.” (La crisi demografica dell'Ue: un quinto della popolazione è over 65, +2,9% rispetto al 2014 | Euronews).

Ciò che maggiormente rileva e che è fonte di preoccupazione, è la tendenza dell’indice di dipendenza della popolazione anziana, dovuta alla contestualità tra prolungamento dell’aspettativa di vita ed inverno demografico. Il rapporto tra la popolazione anziana (con 65 anni o più) sulla popolazione in età lavorativa (tra i 20 e 64 anni), secondo la proiezione dell’Ufficio statistico EUROSTAT (fonte 23.2.2023), passerà dal 14,7% del 1950 al 55.9% nel 2050 (con punte: del 72,4% in Italia e del 77,5% in Spagna). Questo “rapporto” dovrebbe elevarsi al 60% nel 2100.

Nel contesto europeo l’Italia rappresenta un caso emblematico: un Paese sempre più vecchio nel quale gli over 80 superano i bambini under 10.

Secondo l’autorevole Ufficio studi della Cgia di Mestre, che ha elaborato le previsioni demografiche dell’Istat, la popolazione in età lavorativa presente in Italia diminuirà di quasi 3 milioni di unità (-7,8%). Se all’inizio del 2025 questa fascia demografica contava 37,3 milioni di persone, nel 2035 la platea scenderà a 34,4 milioni.

Il declino demografico e della forza lavoro porterà anche a un rallentamento nella crescita del pil, con le imprese che incontreranno difficoltà nel reperire giovani lavoratori. E nemmeno il ricorso alla manodopera straniera potrà risolvere completamente la situazione. Una società con una popolazione sempre più anziana dovrà inoltre affrontare un aumento rilevante della spesa previdenziale, sanitaria e assistenziale, con implicazioni molto negative anche sui nostri conti pubblici. (fonte: www.milanofinanza.it 3.5.2025)

Sarà possibile salvaguardare il welfare “modello europeo”? La “ricetta Draghi”

La domanda che emerge immediatamente è: come impedire che il debito diventi rapidamente insostenibile, assorbendo al contempo le crescenti pressioni sulla spesa? Al contempo, come poter scongiurare tagli profondi al modello europeo di welfar state?

Non può che esserci una soluzione, la più conseguente: accelerare la crescita.
Il nodo della produttività e della competitività in Europa è stato affrontato dal presidente Mario Draghi nel suo “Rapporto” presentato nel settembre 2024. Il documento costituisce una lucida ed analitica disamina delle sfide che l’Unione europea deve urgentemente affrontare per essere competitiva e contiene la proposta di 170 raccomandazioni per una crescita sostenibile.

Sebbene il 29 gennaio 2025, la Commissione europea abbia cercato di sostanziare le raccomandazioni contenute nel “Rapporto Draghi” convogliandole nella Bussola per la competitività (“Competitiveness Compass for the EU”), una sorta di nuova tabella di marcia per riattivare il dinamismo dell'Europa e stimolare la crescita economica, sul piano delle “cose concrete messe in campo”, siamo ancora ben lontani dai risultati auspicati ed attesi.

Tutti concordano che la stagnazione europea sia un problema, eppure, siamo tutti come spettatori-attori del dramma irlandese di Samuel Beckett “Aspettando Godot”.

La grande illusione, di cui i leaders nazionali sono prigionieri, è che l’Europa abbia tempo. Nel briefing al Parlamento europeo a inizio anno, l’ex presidente della BCE avvertiva che “le nostre risposte politiche rischiano di essere già superate nel momento stesso in cui vengono prodotte”. Ha dell’incomprensibile come questo appello non venga vissuto con la stessa gravità da parte dei leader politici europei; eppure, il principale freno rimane la frammentazione politica interna all’Unione. Le divisioni tra le capitali europee emergono con particolare forza su dossier sensibili agli interessi nazionali

Osservare Mario Draghi nel suo encomiabile sforzo per far comprendere la gravità della situazione a capi di governo e alle istituzioni europee ricorda il film “Don’t Look Up” (2021) di Adam McKay sull’indifferenza dei governi e dei media nei confronti dell'emergenza. Tutti annuiscono, si fanno discorsi solenni, ma poco accade fino a quando è troppo tardi.

Per uscire dalla metafora, per l’Europa le conseguenze non sono assolutamente astratte ma molto concrete: un continente che non cresce perde spazio fiscale, peso geopolitico e capacità di finanziare il proprio welfare. Senza crescita della produttività, le società che invecchiano non possono mantenere gli standard di vita.

Crescita bassa, scarsa competitività, debito pubblico e questione demografica sono i sintomi di una stessa infermità di cui soffre il “malato Europa”. Dopo avere salvato l’euro da presidente della Bce con l’ormai stranoto «whatever it takes», Mario Draghi ha proposto una serie di rimedi necessari ma - e ha dell’incredibile constatarlo - la “ricetta” dell’ex premier per evitare il declino dell’Ue è destinata a scontrarsi con le resistenze degli Stati nazionali piegati agli interessi clientelari di breve termine o a capziosi fini elettorali.

Diventa quindi di vitale importanza per le forze più responsabili della società europea, a partire dai cittadini, premere sulle forze politiche e far sentire la propria voce per spingere i Governi a riprendere la strada dell'unità politica e avviare un'azione per una riforma dell'Unione Europea che attribuisca alle sue istituzioni poteri, competenze e risorse adeguati.” (MFE - La Campagna per gli Stati Uniti d'Europa: https://www.mfe.it/port/index.php/partecipa/e-tempo-di-fare-gli -stati-uniti-deuropa/presentazione-della-campagna)

 


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