Secondo i dati pubblicati da Copernicus, il servizio europeo sul riscaldamento climatico, nei mesi di giugno e luglio la temperatura ha superato di 2,79°C la media degli ultimi trent’anni, i mari hanno raggiunto le temperature più alte e anche i livelli di siccità dei fiumi, in particolare di quelli maggiori, sono stati di molto superiori alla media. L’Europa si sta riscaldando, per vari motivi, più del doppio della media globale, con un aumento medio della temperatura che è arrivato a 1,6°C rispetto a trent’anni fa, già oltre il limite di 1,5°C fissato dall’Accordo di Parigi.

Le conseguenze sono particolarmente gravi sul piano umano oltre che per le attività economiche e per l’ambiente: EuroMomo, un servizio europeo di monitoraggio della mortalità, ha calcolato che nell’Unione Europea sono avvenuti 10.650 decessi in più rispetto alla media soltanto durante l’ondata di calore tra il 22 e il 28 giugno.
Dopo le ondate di calore sono arrivati gli incendi nell’area di Madrid e nella Gironda con oltre 300.000 persone evacuate, seguiti da incendi di gravità eccezionale quasi in ogni Stato europeo tra l’Irlanda e la Grecia.

Le polemiche sulla mancanza di condizionatori per fronteggiare le ondate di calore e le discussioni sulle cause degli incendi e sull’impreparazione nell’affrontarli hanno riacceso nell’UE il dibattito intorno alle politiche ambientali. Se fino a qualche tempo fa questo era focalizzato sugli interventi per combattere l’aumento della temperatura (la cosiddetta mitigazione), di fronte al manifestasrsi dei suoi effetti e ai ritardi nella lotta ai cambiamenti climatici sta prendendo forza la discussione sulle azioni da intraprendere per adattarsi a tali cambiamenti.

Valutare i costi economici, sociali e umani degli effetti del riscaldamento globale non è certo facile, soprattutto se si cerca di prevederli sul lungo periodo.
Un recente studio del National Bureau of Economic Research sui danni macroeconomici dei cambiamenti climatici stima che ogni aumento di 1°C della temperatura è connesso ad un mancato incremento del PIL globale del 12%. Con un aumento di 3°C da qui alla fine del secolo, la perdita di PIL supererebbe quindi il 50%.
 

I costi della mitigazione e il Green Deal

Uno rapporto dell’IPCC del 2022 sulla mitigazione dei cambiamenti climatici sostiene che “limitare l’innalzamento della temperatura a 1,5°C potrebbe ridurre la crescita del PIL mondiale di circa 0,1% l’anno entro il 2050. Pur con costi associabili alla transizione, il PIL continuerebbe comunque a crescere e, soprattutto, questi conteggi non tengono conto dei benefici economici che deriverebbero dall’evitare gli impatti dei cambiamenti climatici in termini di vite umane, di mezzi di produzione e di sussistenza, di immobili, infrastrutture, danni e inefficienze dei servizi (come ad esempio la sanità), peggioramento delle condizioni di salute delle persone e degli animali, ripercussioni negative sulla sicurezza alimentare e idrica, sui servizi ecosistemici e sulla biodiversità. Dalla maggior parte della letteratura scientifica analizzata nel rapporto IPCC si evince che il beneficio economico aggregato nel lungo periodo supera i costi iniziali della mitigazione. I costi saranno più elevati nel lungo periodo se non si agisce concretamente nel breve periodo.”
In altre parole, i costi della mitigazione sarebbero molto più bassi di quanto si crede.

Con l’Accordo di Parigi del 2015 la comunità internazionale si è posta l’obiettivo di mantenere l'aumento di temperatura media mondiale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali, possibilmente limitandolo a 1,5°C. Per ottenere questo obiettivo, l’accordo prevede di raggiungere la neutralità energetica, cioè una situazione in cui le emissioni di CO2 equivalgono il loro assorbimento, entro il 2050.

Con il Green Deal, l’Unione Europea si è messa alla testa di questo movimento facendo propri gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, scommettendo sulle tecnologie verdi per il proprio sviluppo industriale e con l’obiettivo di diventare leader mondiale in questo settore.

L’Emissions Gap Report dell’UN Environment Programme del 2025 sostiene che le tecnologie necessarie per ottenere grandi tagli alle emissioni di CO2 sono disponibili e che, proseguendo con investimenti nella transizione verde nell’ordine di quelli già realizzati, l’aumento di temperatura dovrebbe essere tra 2,8°C e i 3,1°C a fine secolo: l’ulteriore sforzo per raggiungere l’obiettivo del 2°C sarebbe quindi sostenibile.
 

I costi dell’adattamento

La storia sta però andando in un’altra direzione: gli USA, i secondi maggiori produttori di CO2, sono usciti dall’accordo, mentre le difficoltà dei Paesi in via di sviluppo ad accedere alle risorse fiananziarie, ma soprattutto le conseguenze dell’aggravarsi delle tensioni internazionali stanno frenando gli investimennti nella transizione verde. Nell’UE, in particolare, i governi e la Commissione Europea hanno rimesso in discussione gli obiettivi del Green Deal.

In questa fase di ripensamento delle politiche di mitigazione, gli eventi climatici catastrofici di quest’estate hanno portato l’attenzione sui mancati interventi di mitigazione nell’azione di contrasto ai cambiamenti climatici.
A questo proposito bisogna però ricordare che l’aumento di temperatura su cui ci si è accordati con l’Accordo di Parigi avrebbe comunque comportato significativi cambiamenti climatici e danni gravi - che d’altronde hanno iniziato a manifestarsi da tempo - per cui lo stesso Accordo di Parigi ha previsto l’impegno degli Stati ad aumentare la capacità di resilienza contro gli effetti negativi del riscaldamento globale.

Anche l’adattamento ai cambiamenti climatici ha però costi elevati. Secondo il McKinsey Global Institute, per prevenire i danni climatici si spendono già oggi nel mondo 190 miliardi di dollari all’anno, concentrati nei Paesi sviluppati. Con un aumento della temperatura di 2°C, mantenere gli attuali livelli di protezione costerebbe 2.5 volte tanto, mentre proteggere tutti i 4,1 miliardi di persone che vivono in luoghi esposti ai rischi climatici richiederebbe una spesa annua di 1,2 trilioni entro il 2050, 6 vole maggiore di quella attuale. Il rapporto sostiene però che i costi sarebbero ampiamente compensati dai danni evitati: ad oggi il valore dei benefici è almeno 1,5 volte quello dei danni, mentre con un aumento di temperatura di 2°C potrebbe arrivare a 7 volte tanto.
Per l’Europa, un rapporto di Bruegel cita una spesa annua dell’UE per l’adattamento in 29 miliardi di euro, a fronte di un’esigenza stimata dalla Commissione Europea nel 2026 in 70 miliardi.

Lo studio considera principalmente effetti come le ondate di calore, le siccità e le inondazioni e i relativi interventi di adattamento che già oggi si sono dimostrati efficaci, ma il riscaldamento globale è un processo i cui fenomeni sono incerti se la temperatura continua ad aumentare. Inoltre il costo degli interventi dipende da decisioni che bilanciano il livello di protezione con il rischio residuo che si ritiene accettabile, che però può riservare brutte sorprese (in Europa, per esempio, gli interventi di prevenzione degli incendi messi in atto negli ultimi anni avevano consentito di diminuirne l’entità nonostante l’aumento della temperatura). Infine anche gli interventi di adattamento possono comportare importanti costi sociali.

La scelta più saggia dovrebbe quindi essere quella agire sia sulla mitigazione che sull’adattamento investendo da subito quanto necessario per mantenere la temperatura sotto una soglia accettabile, ma allo stesso tempo agire con decisione per minimizzarne gli impatti degli eventi climatici che non si riuscirà ad evitare.
 

L’Unione Europea e l’adattamento

Mentre il Green Deal rischia di essere smantellato, non esiste ancora un programma europeo della stessa portata per l’adattamento ai rischi climatici.

Come citato sopra, la Commissione Europea ritiene che occorre investire 70 miliardi di euro all’anno fino al 2050 per ridurre i rischi climatici che la Commissione stessa ha valutato con l’European Climate Risk Assessment pubblicato due anni prima. Un nuovo “framework integrato per la resilienza climatica e la gestione del rischio dell’UE” sarà però pubblicato a breve “per aiutare gli Stati membri a prevenire e prepararsi ai crescenti impatti dei cambiamenti climatici”.

Per l’assistenza rapida in caso di catastrofi, la Commissione Europea dispone già del Meccanismo di protezione civile dell’UE che si basa sul Centro di coordinamento della risposta alle emergenze con il compito di operare sia nell’UE che in tutto il mondo e con funzioni di monitoraggio in tempo reale dei rischi e degli eventi, coordinamento degli aiuti offerti dagli Stati membri, invio di squadre di soccorso, mezzi ed esperti.
Per quanto riguarda gli incendi, l’UE ha a disposizione un insieme di strumenti che mette in campo all’inizio dell’estate: in base al Programma di preposizionamento lanciato nel 2020, la Commissione ha potuto dispiegare per la lotta agli incendi 777 vigili del fuoco di 14 Paesi europei, 22 aerei e 5 elicotteri della flotta dell’UE, ai quali si possono aggiungere altri mezzi su richiesta della Commissione; il Centro di coordinamento della risposta alle emergenze monitora i rischi e supporta il dispiegamento degli uomini e dei mezzi; il Sistema europeo di informazione sugli incendi boschivi fornisce previsioni continue sul rischio di incendi; infine il sistema satellitare Copernicus supporta con le mappe e le analisi geospaziali le decisioni sul campo.
 

Conclusioni

La scelta del mix tra mitigazione e adattamento è una scelta politica difficile, ma la cosa peggiore di fronte alla crisi climatica è oscillare tra le due opzioni indebolendo l’azione, peggio ancora “la paralisi rassegnata con cui viene accettata”, come ha sostenuto Arno Frank, un commentatore di Der Spiegel.
Purtroppo, da parecchio tempo i Governi dell’Unione Europea non stanno intervenendo con la necessaria determinazione sulle gravi questioni che richiedono di essere affrontate a livello europeo. Se ripercorriamo la storia dei programmi europei degli ultimi decenni - la Strategia di Lisbona approvata nel 2000 con l’obiettivo di rendere l’UE "la più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2010"; Europa 2020, del 2010, con obiettivi sui cambiamenti climatici e la sostenibilità energetica; NextGenerationEU del 2020 che, oltre a riparare i danni della pandemia, avrebbe dovuto creare un'Europa più verde, digitale e resiliente, fino alle attuali Strategie 2021-2027 con il Green Deal e la Farm to Fork Strategy – non possiamo certo dichiaraci soddisfatti.
Il fatto è che questi programmi non sono veri programmi europei perché alla fine si traducono nel coordinamento di piani che restano nazionali.

Come Draghi ha sostenuto nel suo rapporto sulla competitività dell’UE e ha ripetuto più volte in altre occasioni, alle radici dell’impotenza dell’Europa sta la sua frammentazione: quella del suo mercato economico-finanziario che è tutt’altro che unificato, ma soprattutto la frammentazione politica.
Sono troppi i problemi sempre nuovi che rischiano di schiacciarci sovrapponendosi l’uno all’altro: la crisi climatica, quella energetica, l’emergenza migratoria, la sicurezza militare, l’autonomia digitale, la crisi industriale, quella del wellfare fino alla crisi delle stesse istituzioni democratiche nazionali. Sono tutte questioni che richiedono di essere gestite a livello europeo, ma è la mancanza di un assetto istituzionale federale che impedisce, in ultima analisi, la sintesi democratica a livello europeo delle istanze della società e l’affermazione dell’interesse comune degli europei attraverso piani strategici che abbiano garanzia di successo.
In questa ottica si comprende allora il significato di quel “Fate qualcosa” rivolto da Draghi ai politici europei nel febbraio del 2025: la necessità di agire è impellente, ma occorre prendere coscienza che, al punto in cui siamo arrivati, un’azione a livello europeo che sia efficace e coerente con gli obiettivi non può prescindere dalla ripresa del percorso di integrazione europea verso una riforma federale dell’UE. Un’iniziativa dei Paesi più responsabili, a partire dai Paesi fondatori, è a questo proposito fondamentale.




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