Sabato 29 agosto l’elettorato islandese è chiamato a esprimersi, in forma referendaria, per decidere se sia ora, per la Repubblica d’Islanda, di riprendere il dialogo con le istituzioni europee in vista dell’adesione del Paese all’Unione europea. Il Paese aveva già intrapreso, nel 2009, il percorso di adesione all’Unione europea sotto la spinta della crisi finanziaria globale che aveva investito pesantemente l’isola e alla ricerca di una stabilità monetaria che la corona islandese non riusciva – e non riesce ancora – a garantire, per poi ritirare la domanda pochi anni dopo, in vista delle elezioni parlamentari che decretarono la vittoria di una coalizione euroscettica.

Allo stato attuale, la domanda di adesione islandese è congelata e il quesito referendario imminente ne ripropone la riapertura e la ripresa dei negoziati. A differenza di altri Stati in lista d’attesa, l’eventuale adesione dell’isola artica sarebbe, su molti punti, facilitata. Il Paese, infatti, essendo membro dello Spazio economico europeo (SEE) insieme a Norvegia e Liechtenstein, ha adottato in maniera consistente norme comunitarie in merito alla libera circolazione delle merci, delle persone, dei capitali e dei servizi. Il nodo principale – ma non soltanto – resta la questione della Politica comune della pesca (PCP).

L’isola artica trae la propria ricchezza da poche fonti, non diversificabili a motivo delle risorse cui il Paese ha accesso e della popolazione non particolarmente numerosa. Le principali fonti di reddito sono il turismo di massa e le esportazioni di alluminio e di prodotti ittici, principalmente da e verso il mercato europeo, agevolate dall’adesione al SEE. I sostenitori della non adesione all’Unione europea portano avanti la posizione secondo cui gli accordi in essere sono sufficienti al sostentamento del Paese, avendo già accesso al Mercato unico, senza tuttavia rischiare l’adozione di regolamentazioni restrittive sui prodotti ittici, che sono escluse dalle normative adottate attualmente.

Il tema della pesca è cruciale nel dibattito interno: il timore principale è che l’Islanda possa perdere la propria sovranità e indipendenza come Stato costiero qualora dovessero essere implementate le politiche europee sulla pesca e sulle Zone economiche esclusive (ZEE). Su quest’ultima questione, Islanda e Regno Unito si sono scontrati per circa vent’anni nelle cosiddette “Guerre del merluzzo”, tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Settanta.

L’Islanda è un Paese che non ha un esercito, ma fa parte della NATO e delega la propria sicurezza ad attori esterni. L’isola è situata in un punto strategico, snodo cruciale verso l’Artico, di rilevanza geopolitica per gli Stati Uniti, il Canada, la Russia, la Cina e l’Europa. La sua posizione ha permesso all’Islanda di avere la meglio nelle appena citate “Guerre del merluzzo”, in cui il fattore strategico in chiave antisovietica – che guardava all’isola in questi momenti di tensione – è stato fondamentale per salvaguardare i propri interessi economici: o il pesce o le basi militari.

Lo scenario geopolitico contemporaneo è profondamente mutato: la maggiore assertività della Russia in chiave anti-europea e con uno sguardo all’Artico, la Cina che si affaccia verso i mari del Nord e gli Stati Uniti, che non sono più percepiti come un alleato affidabile – specialmente dopo il loro posizionamento nei confronti della Groenlandia –, pongono Reykjavík davanti alla necessità di riporre altrove le proprie garanzie di sicurezza. Sebbene l’Unione europea non abbia una vera politica di difesa, gli Stati europei appaiono oggi più affidabili del partner nordamericano.

Quasi vent’anni dopo la prima richiesta di apertura dei negoziati, la questione viene riaperta oggi. Diversi sono i motivi, ma si può riconoscere che è nei momenti di crisi, quando le condizioni esterne – che si tratti di una crisi economica o di una crisi geopolitica – e gli Stati si ritrovano con scarsi margini di manovra, che la dimensione sovranazionale europea è quella a cui ci si rivolge.

Quanto una scelta sovranista, che mira apparentemente a preservare la propria autonomia e indipendenza, in realtà non farebbe altro che vincolare ancora di più il Paese a decisioni prese altrove?

L’Islanda ha davanti una scelta: restare nello status quo, prendendo le norme comunitarie così come vengono, senza avere la possibilità di intervenire nella loro produzione, o far parte del gioco; restare a guardare gli schieramenti internazionali che prendono forma, ribaltando lo schema delle “Guerre del merluzzo”, per cui l’isola dovrà subire le scelte strategiche delle potenze senza avere voce in capitolo, o contribuire a costruire un sistema di difesa e sicurezza europeo; restare legata alla propria sovrana e volatile valuta nazionale, o adottare un sistema monetario stabile continentale.

 


FONDAZIONE MARIO E VALERIA ALBERTINI

Via Villa Glori 8, 27100 Pavia
Codice fiscale: 96043680188
Tel.: +39 0382 530045
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - https://www.fondazionealbertini.org

Copyright © 2025 Fondazione Albertini. Tutti i diritti riservati.