Il 30 agosto 2026 lo spoglio del referendum islandese ha parlato chiaro: per gli islandesi, non è opportuno riaprire i negoziati per l’adesione dell’Islanda all’Unione europea. Amarezza tra i sostenitori dell’Europa unita, grande festa per i suoi detrattori, che sentenziano la fine dell’unità europea e la riconquista della sovranità nazionale dei singoli Paesi membri. Così come avvenne dopo la Brexit. Eppure, dopo il travagliato processo di uscita del Regno Unito, l’Europa unità è ancora qui. Ma in che modo?

Il risultato di questo referendum non si può inquadrare come anti-europeo, ma, piuttosto, come un voto che mette in piena luce i limiti dello status quo. L’Unione europea è, da circa vent’anni, un colosso in potenza, ma incapace di riformarsi e di sbloccare il processo di integrazione politica. Un immobilismo interno che viene, quindi, confermato anche dall’esterno proprio dal voto islandese: per gli islandesi, il rapporto che esiste tra l’UE e il loro Paese è sufficiente così com’è.

L’Unione europea è vista come un faro di democrazia e libertà individuali, tanto che diversi Paesi e popoli dell’est Europa e del Caucaso, che hanno vissuto l’esperienza sovietica e oggi subiscono l’influenza dell’ingombrante vicino moscovita, aspirano a farne parte, in un’ottica di emancipazione democratica. Questi aspetti, in un Paese dalle istituzioni forti come l’Islanda – o, allo stesso livello, la Norvegia – non sono, però, rilevanti come motivo per guardare all’Europa. Viceversa, essendo il Paese già integrato nel sistema di libero mercato offerto dall’appartenenza allo Spazio Economico Europeo, si è reputato più funzionale mantenere i benefici vigenti senza assumere il rischio e la responsabilità di rinegoziare i termini. Quali vantaggi potrebbe ottenere l’Islanda dall’adesione all’Unione europea, davanti all’eventualità, invece, di trovarsi limitati da regole troppo rigide, che anzi potrebbero interferire con l’assetto economico del Paese? Pesa, infatti, la fama che si è guadagnata l’UE di essere un’entità eccessivamente burocratica e poco attenta alle esigenze dei singoli Paesi.

Cosa resta (o dovrebbe restare), allora, all’Unione europea da questo voto? Innanzitutto, la consapevolezza di non sapere offrire ai propri membri sufficienti garanzie di sicurezza di fronte alle sfide finanziarie e geopolitiche che lo scenario internazionale pone. La dimensione del mercato e della sua sempre maggiore integrazione è, infatti, ciò su cui fonda l’assetto europeo attuale; ma, essendo il suddetto assetto monco di una dimensione politica propria, capace di avere un impatto rilevante nello scacchiere internazionale, lascia nelle mani degli stessi Stati membri e degli accordi intergovernativi che riescono a raggiungere tra loro, ogni intervento o posizione di politica estera comunitaria.

Il voto islandese, pertanto, è la conferma, posta per iscritto, dell’inadeguatezza di questa Europa: l’integrazione europea, così com’è concepita, non appare sufficiente ai cittadini per affrontare le sfide geopolitiche attuali, siano esse l’assertività della Russia, oppure l’allontanamento degli Stati Uniti o l’influenza cinese, o ancora le questioni di sicurezza energetica, informatica e militare, o quelle ambientali.

 


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