Le cronache degli ultimi giorni hanno il sapore amaro dei punti di svolta storici, quelli in cui i veli dell’ipocrisia diplomatica cadono per lasciare spazio alla nuda legge della forza. L’attacco frontale di Donald Trump a Volodymyr Zelensky, liquidato con il brutale verdetto secondo cui «è ora che qualcuno negozi al posto suo», e l’apertura di Washington alla proposta del Cremlino per un super-vertice trilaterale tra Stati Uniti, Russia e Cina (ipotizzato a margine del prossimo summit APEC di Shenzhen) segnano il tentativo esplicito di celebrare una nuova Yalta. Una spartizione decisa sulla testa del popolo ucraino e con l’esclusione deliberata dell’Unione Europea, accompagnata da un progressivo allentamento della pressione sanzionatoria americana su Mosca.
Per chi osserva la politica internazionale attraverso la lente del federalismo europeo, questo strappo non è un incidente di percorso, ma l’epilogo inevitabile di una contraddizione storica. Come aveva lucidamente previsto Mario Albertini, il processo di integrazione europea è cresciuto per decenni in una sorta di "serra protetta", garantita dall’egemonia benevola degli Stati Uniti. Quella tutela ha permesso agli Stati europei di unificare i mercati illudendosi di poter conservare i feticci della sovranità nazionale nelle materie decisive: la politica estera e la difesa. Oggi che l’ombrello americano si chiude, trasformandosi, sotto la presidenza Trump, in un cappio che stringe alla gola, i nodi della mancata unità politica vengono drammaticamente al pettine.
Il paradosso europeo, del resto, emerge in tutta la sua evidenza se si guarda alla realtà dei fatti e dei numeri, ben diversa dalla caricatura di una Europa inerte. Dall’inizio dell’invasione su larga scala nel 2022, l’Unione Europea e i suoi Stati membri hanno mobilitato oltre 230 miliardi di euro a favore di Kiev, una cifra a cui si è aggiunto il recente Ukraine Support Loan da 90 miliardi per il biennio 2026-2027. È Bruxelles a reggere sulle proprie spalle l’intera impalcatura macroeconomica, energetica e umanitaria dello Stato ucraino, garantendo il funzionamento delle scuole, degli ospedali e della pubblica amministrazione, oltre ad aver accolto milioni di rifugiati. Ed è sempre l’Europa che, sotto la spinta del commissario alla Difesa Andrius Kubilius, sta cercando di colmare il vuoto bellico americano con quasi 30 miliardi di nuovi stanziamenti militari per l’anno in corso.
Eppure, nonostante sia il principale azionista della sopravvivenza democratica dell’Ucraina, l’Unione resta un pagatore muto. Finanzia la resistenza, ma non siede al tavolo in cui si pretende di disegnare la pace. La ragione di questa impotenza risiede interamente nella sua architettura istituzionale: ventisette politiche estere distinte, ventisette apparati militari non integrati e la paralisi del voto all’unanimità in seno al Consiglio. Senza un governo federale capace di parlare con una sola voce e di esprimere una deterrenza credibile, il peso economico europeo non riesce a tradursi in potenza politica.
Questa paralisi è tanto più grave perché la guerra scatenata da Vladimir Putin non è mai stata una semplice contesa sui confini orientali, bensì un attacco sistematico al modello stesso di integrazione democratica europea. Il Cremlino non ha colpito l’Ucraina nel 2014 e nel 2022 perché temeva un’invasione della NATO, ma perché non poteva tollerare che una nazione slava scegliesse di ancorarsi allo spazio europeo di libertà, stato di diritto e democrazia liberale. Per l’autocrazia nazionalista e neo-imperiale di Mosca, l’Unione Europea — fondata sulla cessione volontaria di sovranità e sul ripudio della sopraffazione tra Stati — rappresenta uno scandalo ideologico e una minaccia esistenziale. Piegare Kiev e frammentare l’Europa attraverso la guerra ibrida e il sostegno ai nazionalismi interni risponde a un unico disegno : dimostrare che la democrazia sovrannazionale è strutturalmente debole e destinata a soccombere di fronte al ritorno degli imperi.
In questo scenario, la saldatura d’interessi che si profila tra la Washington di Trump, la Mosca di Putin e la Pechino di Xi Jinping va ben oltre il dossier ucraino. Essa segna l’attacco frontale delle grandi potenze continentali contro ogni forma di multilateralismo e di diritto internazionale. Pur muovendo da premesse diverse, le tre capitali convergono verso un medesimo paradigma: la restaurazione della politica di potenza ottocentesca, la logica delle sfere d’influenza e il principio di prevaricazione secondo cui i grandi decidono i destino dei piccoli, liquidando ogni soluzione negoziale fondata sulle regole delle Nazioni Unite.
È qui che la lezione della scuola federalista mostra tutta la sua formidabile attualità. Attingendo alla tradizione che va da Immanuel Kant a Luigi Einaudi, il federalismo ci ricorda che l’anarchia internazionale genera inevitabilmente la legge della giungla: il multilateralismo, se non è sorretto da istituzioni sovranazionali dotate di reale potere coercitivo, è destinato a essere travolto non appena le superpotenze decidono di non rispettarlo più.
Di fronte al tentativo di USA, Russia e Cina di ridurre il continente europeo a una periferia ininfluente, agli europei non resta che prendere atto della fine definitiva dello Stato nazionale. Nessuna cancelleria, da Berlino a Parigi fino a Roma, possiede la massa critica demografica, tecnologica o militare per interloquire alla pari con i giganti continentali. Ostinarsi a difendere le sovranità nazionali significa, oggi, scegliere consapevolmente la via del vassallaggio verso Washington o verso Mosca.
Come scriveva Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene nel pieno dell’ora più buia del Novecento, la linea di divisione tra progresso e reazione non cade più lungo i confini tradizionali dei partiti nazionali, ma separa chi concepisce ancora come fine della lotta politica la conservazione del vecchio Stato nazionale, facendo involontariamente il gioco degli imperi autocratici, e chi vede come compito centrale la creazione di un solido Stato federale.
Albertini insegnava che gli Stati accettano di cedere la propria sovranità solo quando si trovano di fronte a una crisi esistenziale che non sono in grado di gestire da soli. Quel momento della verità è arrivato. Se l’Unione Europea vuole salvare l’Ucraina da una pace cartaginese e difendere la propria stessa sopravvivenza come civiltà democratica, deve rompere gli indugi: abolire il diritto di veto in politica estera e di sicurezza, istituire una vera Difesa Comune Europea sostenuta da una capacità fiscale federale permanente e avviare, anche attraverso un’avanguardia di Stati decisi a farlo, un processo costituente verso gli Stati Uniti d’Europa. Solo trasformandosi in una potenza federale pacifica ma armata della propria autonomia, l’Europa potrà impedire che il ventunesimo secolo diventi l’era dei nuovi imperi e tenere accesa, nel mondo, la fiaccola del diritto contro l’arbitrio della forza.

