Il recente intensificarsi degli attacchi missilistici e con droni della Russia contro l’Ucraina (fine giugno-inizio luglio) costringe a rileggere con crescente preoccupazione e amarezza alcune ricorrenti – ormai troppo ricorrenti – espressioni contenute nelle Conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo del 18 e 19 giugno a proposito di due tra i principali temi da esso trattati, “Difesa e Sicurezza europee” e “Ucraina”: “Il Consiglio europeo esorta la Russia a dimostrare una reale volontà di raggiungere la pace”; “il Consiglio europeo chiede di intensificare gli sforzi” per realizzare l’obiettivo della “prontezza dell’Europa alla difesa”; “il Consiglio europeo chiede un’accelerazione degli sforzi volti a rafforzare la protezione […] di tutte le frontiere dell’UE”; “Il Consiglio tornerà su tali questioni nell’ottobre 2026”. E ancora, a proposito di “Allargamento e Riforme”, “il Consiglio terrà una discussione strategica nella riunione dell’ottobre 2026”.
È possibile, senza rischio di aggravamento ulteriore della situazione a est del Dniestr e conseguente pericolo per tutti, che gli europei continuino a gestire i propri interessi e le loro relazioni internazionali con questo metodo di lavoro, con questi meccanismi, con queste tempistiche? Appare evidente come la questione della sicurezza degli ucraini – e quindi di tutti gli europei – sia una questione direttamente collegata a quelle della difesa europea e dell’allargamento, e che quindi non possa continuare a essere trattata con queste procedure e con questi ritmi.
Ma andiamo con ordine e vediamo innanzitutto quali passi concreti sono già stati fatti in tema di allargamento all’Ucraina e con quali possibili prospettive.
Nel 2022 a Kiev era stato concesso lo status di candidato all’ingresso nell’UE. Un anno dopo – in un inedito tempo record – il Consiglio europeo approvava l’avvio dei negoziati di adesione. Questi si svolgono tramite apposite conferenze intergovernative suddivise per blocchi tematici (i cluster), in totale sei cluster. Il primo cluster – che condiziona e accompagna lo svolgimento di tutti gli altri – è partito il 15 giugno 2026, e verte su Stato di diritto, pubblica amministrazione, appalti, controllo finanziario. Esauriti, positivamente, tutti i blocchi tematici, con voto unanime dei rappresentanti dei 27 governi nazionali, l’iter si conclude con il Trattato di adesione, votato all’unanimità dal Consiglio europeo, e con la successiva ratifica nazionale Stato per Stato (sempre all’unanimità).
Alcune criticità – senza ancora sollevare la questione cruciale della sicurezza e della difesa, che del resto rendono più urgente l’adesione dell’Ucraina rispetto alle altre già pendenti – sono da subito evidenti: Kiev, con i suoi attuali standard di democraticità (dovuti anche, ovviamente, alla guerra in corso) e di corruzione, si trova ancora al di sotto dei c.d. criteri di Copenaghen (i criteri da soddisfare per l’ingresso nell’Unione); con quasi quaranta milioni di abitanti, un reddito medio al di sotto della media UE, e circa quaranta milioni di ettari coltivabili, sia le politiche di coesione, sia la politica agricola comune (PAC) – e quindi l’intera struttura finanziaria e di bilancio dell’UE – sarebbero messe sotto stress e in discussione; infine, l’intero attuale sistema di funzionamento dell’Unione, soprattutto nel suo organo centrale, il Consiglio, diventerebbe pressoché ingestibile.
Per queste e altre ragioni, al momento solamente i tre Stati baltici si sono mostrati favorevoli a una accelerazione del processo negoziale per l’Ucraina, mentre quasi tutti gli altri, a partire da Germania, Francia, Italia, Olanda, si dichiarano contrari a sconti o percorsi privilegiati, anche a fronte delle domande pendenti di altri Stati.
Resta in ogni caso la questione della sicurezza comune per Ucraina e Unione europea, in primis per l’aggressione militare della Russia, e quindi per la manifesta, attiva, persistente ostilità di quest’ultima nei confronti degli europei, dei loro sistemi democratici, delle loro prospettive di unificazione. A questo si aggiunga che il possibile allontanamento nel tempo dell’ingresso dell’Ucraina nell’UE e in un sistema di difesa collettiva, rischia seriamente di alimentare i sentimenti più nazionalistici già presenti in questo Paese (di cui si è avuto un “assaggio” in occasione della conferenza sulla ripresa dell’Ucraina lo scorso 25-26 giugno a Danzica, con l’assenza del Presidente Zelensky, in polemica con i polacchi, ospiti della conferenza).
Va anche osservato come, rispetto a quando il primo attacco russo ha avuto luogo più di quattro anni fa, l’Ucraina abbia sviluppato una propria capacità di difesa e di reazione – militare, industriale, tecnologica, oltre che psicologica – di tutto rispetto, superiore a quella di tutti o quasi gli attuali Stati membri dell’UE. Grave, pertanto, sarebbe per gli europei rinunciare a questa risorsa. Al tempo stesso, possono davvero gli europei, sempre più “scaricati” dagli Stati Uniti sul piano della difesa (e non solo), affidarsi ancora una volta per la propria sicurezza a qualche soggetto esterno? All’Ucraina? Certamente no. E gli stessi ucraini hanno a questo punto diritto (e bisogno) di pretendere ben altro dai partner europei.
Perfino il Commissario europeo per la difesa, Andrius Kubilius, in occasione del recente incontro informale dei ministri della difesa dell’UE (Nicosia, primi di giugno), ha sostenuto la necessità di integrare la forza militare dell’Ucraina nella “architettura europea di difesa”, qualsiasi cosa ciò significhi.
In conclusione, e tornando ai nostri interrogativi iniziali sulle modalità di funzionamento e sui tempi dell’attuale Unione europea e su quanto osservato a proposito dell’allargamento, cosa potremmo aspettarci lasciando l’Unione così com’è, cioè come è stata disegnata dal Trattato di Lisbona e dai precedenti Trattati? Si possono fare due ipotesi:
La prima, l’adesione dell’Ucraina diventa una questione lenta e difficile, con conseguenze imprevedibili e rischiose sul piano della democrazia e della sicurezza di quel Paese, e perdita di ogni credibilità per gli europei.
La seconda, l’Ucraina entra davvero nell’Unione con corsia preferenziale. Ma allora, e in ogni caso, come l’Unione stessa sarà ancora gestibile? E, a quel punto, quali vantaggi economici potrà averne l’Ucraina stessa? E quali garanzie per la propria sicurezza? E potrà – e vorrà - un’Ucraina non particolarmente avvantaggiata dall’adesione a QUESTA Unione (o ancora peggio funzionante) continuare a essere a lungo un valido baluardo difensivo del nostro “fianco orientale”?
Come si può vedere, tutte le questioni poste dalla vicenda qui discussa – ossia: modalità e tempi dell’allargamento (qualsiasi allargamento); conseguenze dell’allargamento per il funzionamento dell’Unione e per i nuovi membri (qualsiasi allargamento); difesa e sicurezza dell’Unione e per i suoi nuovi membri – portano alla stessa conclusione: o l’Unione europea, partendo inevitabilmente da un primo gruppo di Stati davvero volenterosi, comincia da subito a mettere in cantiere la propria “grande riforma” – sempre evocata e mai realizzata – nel senso della legittimità democratica e di una reale efficacia e capacità d’agire (come formalmente e reiteratamente chiesto dal Parlamento europeo tra 2023 e 2025, e come lucidamente indicato in diverse occasioni dallo stesso Mario Draghi – il “federalismo pragmatico” – e da altre autorevoli personalità europee), oppure questo mondo, vale a dire i grandi problemi della globalizzazione e l’assertività crescente delle grandi e medie potenze, che ha già cominciato a presentarci il conto, ci travolgerà, marginalizzandoci e dominandoci. E’ questo il destino che vogliamo per l’Europa che, purché unita, potrebbe ancora essere un faro – di libertà, diritto, cultura – per il resto dell’umanità di cui siamo parte?

