Dell’intelligenza artificiale (IA) si discute ormai da anni in tutti gli ambienti: dalla politica all’economia, dalla scuola alla medicina. Si cerca di comprenderne le applicazioni e di prevederne gli effetti sulla vita delle persone. Una cosa, tuttavia, appare sempre più evidente: l’IA sta già trasformando la società e probabilmente produrrà cambiamenti ancora più profondi nei prossimi decenni.

L’IA comprende quell’insieme di tecnologie informatiche che consentono ai computer di svolgere compiti complessi tipicamente associati all’intelligenza umana: apprendere, ragionare, riconoscere immagini, risolvere problemi, comunicare e prendere decisioni. Ciò avviene attraverso tecniche come il machine learning, che permette ai sistemi di apprendere dai dati, oppure mediante reti neurali artificiali particolarmente sofisticate, note come deep learning.

Le sue radici affondano negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, ma è negli ultimi anni che l’IA ha compiuto un salto qualitativo senza precedenti. Oggi genera testi, immagini, musica e video; traduce istantaneamente tra lingue diverse; assiste ricercatori, medici e ingegneri. In molti casi non si limita più a eseguire istruzioni, ma produce risultati che appaiono creativi e originali.

Le applicazioni sono ormai numerosissime. In campo medico, ad esempio, l’IA è utilizzata per analizzare radiografie e TAC, fornendo un prezioso supporto alle diagnosi. Recentemente, ricercatori dell’Università di Osaka hanno lavorato alla decifrazione delle onde cerebrali con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, nel tentativo di interpretare le intenzioni delle persone. Una ricerca che potrebbe offrire nuove speranze ai pazienti affetti da SLA, la malattia neurodegenerativa che provoca una progressiva perdita della mobilità. Attraverso elettrodi applicati al cervello e sistemi di analisi basati sull’IA, si punta infatti a sviluppare strumenti capaci di consentire a persone prive della parola di comunicare tramite un computer.

Anche la matematica si confronta con questa rivoluzione. Recentemente un modello di IA è riuscito a contribuire alla soluzione di un problema formulato nel 1946 dal matematico ungherese, Paul Erdős, e rimasto irrisolto per decenni. Per molti studiosi ciò rappresenta il segnale che l’IA potrebbe modificare profondamente anche il lavoro della ricerca scientifica.

Nel campo della sicurezza informatica, sistemi avanzati sono ormai in grado di individuare vulnerabilità che potrebbero minacciare infrastrutture essenziali come banche, ospedali e reti di trasporto.

Nel settore dei trasporti, essa viene impiegata per l’assistenza alla guida e per l’ottimizzazione dei flussi di traffico.

Dietro questi progressi si nasconde però una realtà meno visibile. L’IA moderna richiede enormi capacità di calcolo, giganteschi data center e microchip sempre più sofisticati. La loro produzione è concentrata in poche aree del pianeta e nelle mani di un numero ristretto di imprese. È un dato che introduce una dimensione geopolitica spesso sottovalutata: chi controlla le infrastrutture dell’IA controlla una parte crescente del potere economico e strategico mondiale.

La competizione tra Stati Uniti e Cina si gioca anche su questo terreno. Da un lato vi sono i grandi gruppi tecnologici americani che guidano lo sviluppo dei modelli più avanzati; dall’altro una Cina che investe massicciamente nell’intelligenza artificiale, nella robotica e nell’automazione e che si è assicurata un semi-monopolio su molte delle materie prime critiche indispensabili a questo tipo di industria. Non è soltanto una sfida industriale. Attorno alla competizione tecnologica si gioca anche la battaglia per la leadership del XXI secolo.

I chip più avanzati per l’addestramento dei modelli vengono prodotti principalmente da NVIDIA negli Stati Uniti e da TSMC a Taiwan. I principali modelli di intelligenza artificiale sono sviluppati da aziende come OpenAI (USA), Google DeepMind (USA ,UK), Anthropic (USA), MetaAI (USA), Alibaba Cloud (Cina), Deepseek (Cina).

Particolarmente impressionante è l’avanzata cinese nel settore della robotica umanoide. Se fino a pochi anni fa tali macchine appartenevano soprattutto all’immaginario della fantascienza, oggi vengono prodotte in serie e impiegate in attività sempre più numerose. Robot capaci di svolgere mansioni domestiche, assistere clienti, effettuare controlli di sicurezza o operare in ambienti industriali sono già una realtà. Le previsioni economiche indicano una crescita vertiginosa del settore nei prossimi anni. Già dal 2023 in Cina sono stati commercializzati robot destinati ad attività domestiche, alla distribuzione di cibo per animali, alla pulizia e all’assistenza nei servizi alberghieri e aeroportuali. La corsa alla robotica umanoide è particolarmente intensa. Nel 2025 l’azienda cinese AgiBot aveva già venduto oltre 10.000 robot, mentre numerose imprese stanno investendo nello sviluppo di modelli sempre più sofisticati.

All’inizio del 2026 la produzione di robot umanoidi è stata inserita tra i settori strategici da promuovere entro il 2030. Oggi in Cina operano decine di aziende specializzate in questo comparto. Tra queste spicca Unitree Robotics, che in pochi anni è diventata una delle realtà più dinamiche del settore. I progressi sono impressionanti. Se nel 2025 i robot si limitavano a semplici esibizioni coreografiche, nel 2026 erano già in grado di effettuare salti complessi e dimostrazioni di arti marziali. Alcuni modelli dispongono persino di batterie sostituibili autonomamente.

I robot umanoidi sono ancora costosi, ma il loro impiego è in costante crescita. Nella provincia del Guangdong, ad esempio, la società che gestisce la rete elettrica utilizza migliaia di droni e numerosi robot per attività di sorveglianza, ispezione e manutenzione delle infrastrutture. In molte città cinesi, anche il riconoscimento facciale viene utilizzato per validare titoli di viaggio e per diversi servizi pubblici.

Questa evoluzione alimenta inevitabilmente anche enormi interrogativi sul futuro del lavoro. Ogni rivoluzione tecnologica ha distrutto alcune professioni e ne ha create altre. Tuttavia, la velocità con cui l’intelligenza artificiale sta avanzando rende difficile prevedere l’equilibrio finale. La questione non riguarda soltanto l’occupazione, ma il significato stesso del lavoro come strumento di realizzazione personale e di partecipazione alla vita sociale.

Vi sono poi i problemi ambientali. I grandi sistemi di IA richiedono infatti quantità enormi di energia elettrica e di risorse materiali. I data center che li alimentano stanno diventando infrastrutture strategiche ma anche fonti di crescente consumo energetico e di acqua. La rivoluzione digitale, spesso percepita come immateriale, possiede in realtà una pesante dimensione fisica che non può essere ignorata.

Negli Stati Uniti e in molti altri Paesi cresce inoltre la preoccupazione per il potere acquisito dai grandi gruppi tecnologici. Il cambiamento politico implicito nel nuovo modello di capitalismo che essi rappresentano e la sua influenza sulla sfera politica sollevano timori reali sul futuro della democrazia. L’innovazione procede a una velocità tale che governi e istituzioni dispongono di tempi sempre più ridotti per comprenderne gli effetti e adottare adeguate forme di controllo. Le principali preoccupazioni riguardano la manipolazione dell’informazione, la trasformazione dei processi produttivi e le conseguenze sul mercato del lavoro.

E l’Europa?

In questo scenario l’Europa appare in una posizione ambivalente. L’Unione Europea, già dal 2024, ha adottato l’AI ACT, una normativa, la prima al mondo, riguardante l’intelligenza artificiale, che è basata su una serie di principi di tutela della persona e ne limiti i rischi di manipolazione della stessa in particolare in settori sensibili come sanità, istruzione, giustizia e lavoro. 

Questa normativa è all’avanguardia nella salvaguardia della persona, ma è resa fragile dai ritardi europei sul piano dell’autonomia tecnologica e industriale. Eppure, l’Europa, anche se non guida lo sviluppo dei principali modelli di intelligenza artificiale, conserva tuttavia un ruolo decisivo nella produzione delle tecnologie necessarie a renderli possibili. In altre parole, l’Europa è meno forte nel software, ma continua a occupare posizioni strategiche in alcuni segmenti dell’hardware; e potrebbe attrezzarsi per assicurarsi una posizione vantaggiosa in quella che gli esperti definiscono la prossima rivoluzione dell’IA, quella che mira a creare agenti autonomi.

Un esempio emblematico è rappresentato da ASML, con sede a Veldhoven neiPaesi Bassi. L’azienda produce le macchine per la litografia EUV (Extreme Ultraviolet), indispensabili per la realizzazione dei microchip più avanzati utilizzati negli smartphone, nei computer, nei data center, nei sistemi di intelligenza artificiale e nelle automobili. Senza le loro sofisticate macchine gran parte dei chip avanzati oggi utilizzati nel mondo non potrebbe essere prodotta. Nessun altro produttore al mondo dispone oggi di una capacità industriale comparabile. I maggiori produttori di semiconduttori, tra cui Samsung Electronics, Intel, e TSMC, dipendono dalle tecnologie sviluppate da ASML.

Inoltre, in Germania, nel Baden-Württemberg, opera la Zeiss, leader mondiale nei sistemi ottici di precisione e partner fondamentale per la produzione delle apparecchiature necessarie all’industria dei semiconduttori.

L’industria europea della robotica, invece, è ancora nelle sue fasi iniziali.

In sintesi, il continente continua a soffrire gli effetti di una frammentazione politica e industriale che ne limita le potenzialità. La sfida dell’intelligenza artificiale evidenzia ancora una volta il paradosso europeo: possedere competenze scientifiche, capacità tecnologiche e risorse economiche di prim’ordine, senza riuscire a metterle a sistema e tradurle pienamente in una strategia comune. Perché l’IA non è soltanto una questione tecnica. È una questione culturale, politica e perfino antropologica. Essa ci obbliga a interrogarci sul significato dell’intelligenza, sul rapporto tra uomo e macchina, sulla distribuzione del potere e sul futuro della democrazia; questioni che investono il futuro delle nostre società e che possono essere affrontate con lungimiranza ed efficacia solo nel quadro di uno Stato dotato delle risorse adeguate, sia economiche, sia politiche, sia di legittimità democratica. Infatti, se le sue promesse sono immense, altrettanto grandi sono le responsabilità che essa impone.

Ed è proprio qui che emerge uno dei limiti più evidenti del continente: la mancanza di una vera integrazione politica e industriale e la scarsa responsabilità in tal senso dei suoi governi. Il campo dell’intelligenza artificiale è uno dei settori che fornisce la misura dei rischi che si corrono e delle opportunità importanti che si perdono a causa dell’assenza di quella sinergia che potrebbe derivare da un’Europa realmente unita in senso federale.

 


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