In questo primo fine settimana agostano, sui telegiornali e sui social, sono scorse le immagini di quanto accaduto nell’exclave spagnola di Ceuta nella mattina di venerdì 31 luglio, a cui sono seguite reazioni politiche differenti. In generale, il focus principale si è concentrato sulla modalità di gestione della crisi da parte del governo spagnolo, con alcuni Paesi, tramite i loro governi, che si sono espressi in maniera critica sulla questione, tra cui l’Italia che ha annunciato unilateralmente la sospensione di Schengen con la Spagna – mera dichiarazione, dato che non è ancora pervenuta notifica ufficiale a Bruxelles. Martedì 4 agosto i Ministri degli Interni dei 27 Paesi dell’Unione europea si incontreranno in una riunione straordinaria per discutere della questione e valutare nuove azioni in termini della sicurezza delle frontiere esterne. Un tema, quello della gestione dei flussi migratori, che resta sempre caldo e sotto ai riflettori; ma, è tutto qui? Diamo un po’ di contesto per provare ad andare oltre.

Ceuta, insieme a Melilla, è un territorio spagnolo situato sulla costa nordafricana, di fronte alla Rocca di Gibilterra. Entrambe le città rimasero sotto sovranità spagnola al momento dell'indipendenza del Marocco perché erano considerate parte integrante dello Stato spagnolo e non colonie. Il controllo di queste piccole porzioni di territorio consente alla Spagna di proiettare la propria presenza strategica sul Mediterraneo e sullo Stretto di Gibilterra anche dalla sponda africana, oltre che da quella europea, e di mantenere una presenza militare permanente nel continente africano. Il Marocco, dal canto suo, ha sempre rivendicato Ceuta e Melilla, sostenendo che dovrebbero far parte del proprio territorio per ragioni storiche e geografiche.

Trattandosi di punti di contatto così delicati, le due exclavi diventano all’occorrenza punto di tensione e di frizione tra i due Paesi, come nel caso specifico. Il combinato disposto tra la sentenza della Corte suprema spagnola di inizio luglio che non permette il respingimento immediato di chi arriva via mare nelle due exclavi, il tam tam via social interno al Paese nordafricano che ne è derivato, e l’azione di presunti “gruppi criminali” additati dalla Spagna, sebbene non espressamente indicati, avrebbero favorito l’esodo di migranti verso la frontiera spagnola. Tuttavia, non è da tralasciare come un movimento di tale portata, con decine di migliaia di persone arrivate contemporaneamente e senza un apparente intervento preventivo delle autorità marocchine, si è verificato poco dopo l’incontro tra il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, volto a ricucire i rapporti tra i due Paesi, deterioratisi dal 2022 a causa della posizione assunta da Madrid sul Sahara Occidentale, più vicina alle proposte marocchine.

Nelle dinamiche regionali, il Marocco e l’Algeria sono Paesi rivali per la leadership nel Maghreb, per interessi energetici e alleanze internazionali divergenti. Una delle questioni su cui sono in rotta è la questione del Sahara Occidentale. Se Rabat ne reclama il controllo come parte integrante del Regno, Algeri sostiene e foraggia il Fronte Polisario, il movimento indipendentista sahrawi del territorio. Nel 2021, si verificò un episodio simile – sebbene di portata assai più ridotta – proprio a Ceuta, quando circa 8.000 persone tentarono di attraversare il confine. Questo episodio venne interpretato come uno strumento di pressione e contribuì al cambio di posizione della Spagna sulla questione del Sahara Occidentale, con un atteggiamento più vicino alle richieste di Rabat, che generò poi, l’anno successivo, la crisi con l’Algeria.

Ritorniamo alla domanda di partenza. La risposta appare molto più complicata di quanto le reazioni politiche a caldo vogliano far trasparire. Ancora una volta ha prevalso la retorica della sicurezza e dell’interesse nazionale, senza un approfondimento delle dinamiche sottostanti. Mettere costantemente in dubbio le strutture europee, già fragili, non può essere la soluzione davanti a problemi che, palesemente, i singoli Paesi, alla prova dei fatti, non possono affrontare. Specialmente, quando le questioni si interconnettono a rapporti di forza regionali e tra Paesi terzi. Ciò che emerge è la necessità di una vera politica europea di sicurezza e difesa, coordinata con una politica estera comune, capace di agire in modo unitario e concreto nella tutela delle frontiere esterne dell’Unione e nella gestione delle crisi che si sviluppano nei suoi immediati confini geopolitici.

 


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