Nel giallo di Peter Høeg, best seller internazionale del 1992 ambientato a Copenaghen1, Smilla Jaspersen, figlia di una cacciatrice inuit groenlandese, scopre un omicidio, archiviato dalla polizia come fatalità, in base alla sua acuta conoscenza della complessità della neve (sne), grazie alla quale esclude l'incidente ed apre a inquietanti scenari danesi e polari. Nella lingua degli inuit, l'inuktitut, aput è la neve caduta, qanniq la neve che cade, pukak quando è granulosa, maujaq la poltiglia molle in cui si affonda, piqsirpoq quella trasportata dal vento, qimuqsuq è il cumulo di neve. L'abusato luogo comune che gli “eschimesi”, il nostro discutibile etnoesonimo per il "popolo degli uomini" (inuit), analogamente a Lapponia invece dell’originaria Sapmi dei Sami, abbiano 100 parole per distinguere la materialità della loro vita, trova secondo i linguisti un approssimato riscontro in 50 lemmi che risalgono a sole quattro radici.
Il grande Nord, alla fine del secolo breve - quel Novecento compreso e compresso tra il collasso della Belle Époque e la rimozione del Muro di Berlino -, si affacciava furtivo a latitudini inferiori con la sua eccezionalità a livello ambientale e sociale; oggi, abitato da quattro milioni di persone (delle quali 400.000 indigene) ed afflitto da un surriscaldamento tre volte più elevato della media del pianeta, ritorna in primo piano decretando la fine dell'eccezionalismo artico e l'inizio di un protagonismo politico ed economico, e di una partecipazione alla società globale che rende, se non più coesa, più vicina la famiglia umana.
Otto sono gli stati che amministrano la sovranità oltre il circolo polare settentrionale (napapiiri in finlandese), ovvero lo speciale parallelo posto a 66° 33' 49" N a partire dal quale nell'emisfero boreale il sole non tramonta più: USA, Canada, Danimarca, Islanda, Norvegia, Svezia, Finlandia, Russia. Dalla federazione più vasta del mondo, con 17 milioni di kmq su 11 fusi orari, alla Terra del Ghiaccio e della faglia di Silfra, laddove le placche tettoniche eurasiatica e nordamericana si allontanano, dal 930 DC culla dell'Althing, il primo parlamento europeo in assoluto. Stiamo parlando dell’Islanda, inclusa nel club artico per l'isolotto di Grimsey sulla costa di nordest, secato dal circolo polare artico, nonostante il suo spostamento a nord di 14 m annui causato dalla oscillazione dell'asse terrestre, che lo destinerà a rituffarsi in mare prima della metà del XXI secolo.
Fu Mikhail Gorbachev, nell'inatteso discorso del primo ottobre 1987 con cui insigniva la città di Murmansk dell'Ordine di Lenin, a concettualizzare l'atteggiamento russo verso il nord alla luce della nuova distensione, dopo il promettente vertice di Reykjavik dell’ottobre 1986: “Let the North of the globe, the Arctic, become a zone of peace”2. La sua sorprendente dichiarazione nella città più grande al di sopra del napapiiri, con un porto mai ghiacciato sede della Flotta del Nord della Marina Militare Russa e degli annessi arsenali nucleari, formalizzava e sanciva la dottrina dell'eccezionalismo artico in funzione del disgelo allora in atto tra i due blocchi postbellici3. I venti della Guerra Fredda che avevano soffiato in Asia, in Africa, in America Latina, avevano risparmiato l'Artico, considerato per circa mezzo secolo da USA e URSS una buffer zone di pace, un cuscinetto quasi del tutto smilitarizzato. La positività degli anni Novanta, in cui si sperimentò il tentativo di cooperazione internazionale, permise quindi una sorta di avvicinamento in un’area in cui il depotenziamento della dimensione securitaria era più semplice.
Nel 1991 viene firmata dagli otto paesi artici la Strategia di Protezione Ambientale Artica (AEPS, ovvero la storica Dichiarazione di Rovaniemi), seguita nel 1996 dalla Dichiarazione di Ottawa che sfocia nella formazione del Consiglio Artico, forum intergovernativo dedito alla sostenibilità ambientale, con base a Tromsø, che ha visto gradualmente accrescersi il numero degli osservatori permanenti (arrivati a 13). Infatti agli europei (Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Polonia, UK, Svizzera e Italia) e alla presenza della Cina, che si autodefinisce "paese vicino all'Artico", si è accompagnato l’arrivo di Paesi asiatici (Singapore, Giappone, India e quella Corea del Sud che da poco ha costruito la sua prima rompighiaccio per la NSR), a riprova della valenza che per molti ricopre lo scioglimento della calotta artica con tre nuove rotte fruibili ai commerci: il passaggio a Nord-Est o NSR sulla costa russa, il passaggio a Nord-Ovest dal 2008 già aperto in modo naturale essendo privo di ghiacci, la rotta transpolare ancora teorica e impraticabile.
Ammesso nel 2013, il nostro paese è responsabile della base artica Dirigibile Italia, situata a Ny-Ålesund nelle Svalbard e forte della torre Amundsen-Nobile alta 34 m per lo studio meteorologico del cambiamento climatico, proprio in uno dei luoghi toccati dall’aeronave italiana nella spedizione del 1928 conclusasi al tempo stesso vittoriosamente e tragicamente. La sorte che beffò nella morte Roald Amundsen, il conquistatore del polo Sud nel 1911, soccorritore ed ispiratore di Umberto Nobile tramite la spedizione del Norge nel 1926, strinse nel dolore e nella reciproca comprensione Italia e Norvegia.
Quanto è superfluo soffermarsi sulla crisi della governance artica e sul congelamento dei lavori pure a fronte di accordi di ricerca formalmente validi, innescati dall'annessione russa della Crimea (2014) e dall'invasione su larga scala dell'Ucraina (2022)!
Oggi che si sono acuite le tensioni militari fin sull'Artico e la competizione per le risorse richiama la corsa all'oro del Klondike (1896-1899), come avventurosamente narrato da Jack London nell’epopea dei cani da slitta, un velo di scetticismo ha finito per permeare la percezione statica e l'approccio depoliticizzato alla sicurezza a favore di una visione analitica, denominata sicurezza onnicomprensiva, che giostra tra i piani economico, ambientale, sociale e militare, cogliendo meglio le dinamiche di potere attuali. Si tratta di una teoria olistica che al demerito di una certa sfuggente vaghezza associa il pregio di coinvolgere in un comune dialogo le popolazioni indigene, le ONG, i gruppi di ricerca, le strutture militari, le istituzioni regionali. Ne risulta un dibattito interno al mondo artico la cui voce risuona più forte e la legittimità democratica si amplia, prima che gli interessi locali scompaiano divorati a livello statale. I modi di vivere, le culture, le lingue stesse, a volte appese alle ultime decine di locutori, così come le sfide all'inquinamento e al riscaldamento globale, coltivano una speranza maggiore di sopravvivenza e successo nel definire l'identità artica contemporanea quando vengono valutati dalla "geopolitica olistica" della sicurezza onnicomprensiva. Ecco il nuovo normale artico.
Ma allora quanto è standard e accettabile che uno degli otto stati artici pianti una bandiera in una capsula di titanio a 4261 m sotto il livello del mare in corrispondenza del polo nord geografico (2007)4 o che il transito lungo la Northern Sea Route (NSR) preveda la scorta di una nave rompighiaccio russa? Ritornano ad ogni piè sospinto i fantasmi della politica di potenza, in sostanza la politica internazionale classica cui eravamo adusi ma non assuefatti.
Una disputa corre sul fondo dell'Oceano Artico, talassonimo usato dall'Organizzazione Idrografica Internazionale - organismo intergovernativo tecnico, avente sede al Principato di Monaco, osservatore dell'ONU -, laddove in Italia si continua a chiamarlo Mar Glaciale Artico, sottolineandone la dipendenza dall'Oceano Atlantico. Tutti gli otto stati circumpolari nordici, tra cui i cinque rivieraschi sul polo (USA-Canada-Danimarca-Norvegia-Russia), si professano ligi al diritto internazionale, nel cui ambito brilla l'UNCLOS, la famosa United Nations Convention on the Law Of the Sea siglata a Montego Bay nel 1982, necessaria persino ai diportisti della domenica, che regola la zonazione secondo il diritto internazionale marino, inter alia determinando a 200 miglia nautiche dalla linea di base il limite della Zona Economica Esclusiva5.
Un sistema di dorsali si allinea nelle profondità artiche: 1) la dorsale di Gakkel o cordigliera di Nansen, attiva per 1600 km, che separa la placca eurasiatica da quella americana; 2) la dorsale di Lomonosov, lunga 1800 km che taglia al centro per il polo nord sottomarino dall'isola canadese di Ellesmere alla Siberia; 3) la dorsale Alpha, inattiva per un migliaio di km, che delimita il bacino amerasiatico, opposto all'eurasiatico. Russia (2001), Canada (2013) e Danimarca (2014) hanno compilato un ricorso all'art. 76 UNCLOS, chiedendo l'ampliamento della ZEE e adducendo a motivazione che la dorsale di Lomonosov è una estensione della propria piattaforma continentale.
Nel 2023 si è inaspettatamente verificato che una commissione delle Nazioni Unite abbia parzialmente riconosciuto le richieste economiche russe, estendendo i diritti di Mosca per lo sfruttamento di idrocarburi e minerali sino a bracci di mare prospicienti alle coste canadesi e groenlandesi-danesi. Non si tratta di una vittoria politica sulla sovranità delle acque ma viene rafforzata la posizione negoziale russa nell'accaparramento delle risorse. È una situazione ancora da capire, forse un eccesso, poiché la dorsale di Lomonosov è più vicina ad Ellesmere, ma d'altra parte l'intera dorsale può risultare un autonomo corrugamento della crosta terrestre, quindi non essere attribuibile ad alcuno dei ricorrenti. Di qui le perforazioni che proseguono, compreso al Polo nord stesso rasentato dalla dorsale sotto esame. Si noti che il Polo nord geografico è molto più stabile di quello magnetico, ma non è un punto fisso, ruotando di 6 m a causa dell'oscillazione dell'asse di rotazione terrestre scoperta da Chandler, indipendentemente dalle bandiere che vi vengono infisse. Trascurando la vanità e l'infantilismo di chi avanza una simile rivendicazione ("Il polo Nord é mio"), non sarebbe desiderabile, come per il Polo sud ed altri punti speciali sulla superficie terrestre, che esso appartenga a tutti indistintamente oppure a nessuno oppure ancora all'ONU?
Rebus sic stantibus, appare inoppugnabile la rilevanza strategica assunta dalla Groenlandia, la più grande isola del globo terracqueo, ma il suo secondo territorio meno popolato dopo l'Antartide, essendo inserita per la posizione geografica nell'architettura difensiva del North American Aerospace Defense Command (NORAD), che gestisce il livello di allerta aerospaziale degli USA. Al culmine della Guerra Fredda gli Stati Uniti disponevano nella verde terra di Kalaallit Nunaat di 13 basi aeree e 4 navali, ma i costi inenarrabili e la distensione in poi hanno imposto, dagli anni Settanta in poi, un ridimensionamento alla sola grande base spaziale di Pituffik, chiamata Thule a ricordo dell'ultima terra leggendaria descritta per primo dal geografo greco Pitea di Massalia (Marsiglia)6. Venne costruita nel 1953, spostando nel bianco nulla il villaggio di pescatori inuit di Qaanaaq 110 km più a nord, come rievoca la popolazione locale ancora con la pena dei luoghi perduti e l’asprezza delle condizioni ostili a cui si è riacclimatata.
La più settentrionale base NATO costa annualmente 300 mln $ di affitto, equiparabili ad una cessione di sovranità di fatto, ed è vocata all'intercetto rapido della minaccia nucleare. Il 21 gennaio 1968 un incidente nucleare grave squassò il cielo e il mare di Thule, provocando la perdita delle quattro testate nucleari all'idrogeno trasportate da un Boeing B-52 precipitato sul pack e incendiatosi. Nel quadro dell'operazione Chrome Dome almeno 12 bombardieri strategici della U.S. Air Force (USAF) dal 1958 volavano senza sosta armati di bombe nucleari in allerta permanente. Insieme ad altri consimili, l'incidente di Pituffik decretò la fine del Chrome Dome ma dopo anni di ricerche nei ghiacci parte di una testata non venne mai trovata. Si ipotizza che giaccia in fondo al gelido abisso, coperta da sedimenti che vanno vieppiù accumulandosi. Graffiante ed icastica eco di quegli anni di tensione alle stelle fu il capolavoro di Stanley Kubrick Il dottor Stranamore ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964).
È la volta della Cina, che ha dichiarato l'ambizione di diventare "una grande potenza polare" entro il 2030, e incrocia anch'essa la Groenlandia. Pechino, che, com'è noto, controlla circa il 60% dell'estrazione delle terre rare e oltre il 90% della loro raffinazione, usa il monopolio industriale costruito nel tempo come strumento di pressione politica né più né meno di ciò che fa da decenni l'OPEC con il petrolio.
L'Artico che diviene strategicamente centrale nella diversificazione delle fragili catene di approvvigionamento presenta in Groenlandia costi proibitivi e condizioni meteomarine estreme in campo petrolifero7, ma una traiettoria più malleabile per le 17 REE (Rare Earth Elements), quei minerali, dopotutto non introvabili, studiati sin dal 1787 dal militare svedese Carl Axel Arrhenius nella miniera di Ytterby (donde l'itterbio, il terbio e l’erbio) e dalla scuola chimica nordica di Berzelius e Gadolin, applicati al giorno d'oggi p.e. nelle turbine eoliche, nelle batterie più efficienti, nei magneti, nei semiconduttori e nell'elettronica avanzata, nei motori elettrici ad alte prestazioni, nei dispositivi diagnostici e medicali. In breve, i 17 REM (Rare Earth Metals) sono componenti indispensabili della decarbonizzazione e avvicinano agli obiettivi della transizione verde8. Il giacimento di terre rare pesanti più cospicuo al di fuori della Cina si trova a Tanbreez presso Qaqortoq, quasi alla punta sud groenlandese al di là del 60° parallelo N, che l’australiana Rimbal (detentrice dell’unica licenza di sfruttamento attiva) decise incautamente di vendere ai cinesi. Tale ipotesi di cessione destò la furibonda reazione dell'Amministrazione americana, che paventava la dipendenza dalla Cina, e che nel maggio 2026 intervenne attraverso la Critical Metals Corporation acquisendo senza mezzi termini l'intero pacchetto azionario della miniera, addirittura spossessando la quota residuale di European Lithium. Ad onta del libero mercato, la dottrina Monroe è suscettibile anche di un'interpretazione difensiva.
Il protagonismo del dragone inquieta pure il Cremlino: la flotta russa di 42 rompighiaccio, delle quali 7 a propulsione nucleare gestite da Rosatom (ente statale per l'energia nucleare), malgrado un' "amicizia senza limiti", sente la crescente rivalità della dozzina cinese che traffica intensamente lungo i 5600 km della NSR dal mare di Barents a quello di Bering, attraverso i mari intermedi di Kara, di Laptev, della Siberia Orientale e dei Ciukchi. La compagnia di navigazione statale COSCO ha abbreviato i tempi medi da Shanghai a Rotterdam dai 48 giorni della rotta di Suez a 35. Il guadagno di quasi due settimane per spedizione ha immediati riflessi sui costi operativi e sul consumo di carburante, rendendo concreta l'alternativa della Northern Sea Route, proposta da Xi Jinping già nel 2017 come "Polar Silk Road", in analogia alla nuova strategia della seta verso l'Europa, rivelatasi nella Belt and Road Initiative (BRI) meno splendida delle previsioni.
Tra i nervi più scoperti di Pechino sono i "colli di bottiglia", le aree di rallentamento che mettono in difficoltà la pianificazione. La tradizionale rotta asiatica meridionale ne ha più d'uno, dall'egiziano Canale di Suez (70 anni fa la crisi che vide prevalere Nasser con l'inedito aiuto della coppia USA-URSS), a Bab el-Mandeb ovvero la "Porta del lamento funebre" tra Gibuti e lo Yemen infiltrato dai filoiraniani ribelli Houthi, e soprattutto ai quasi 1000 km dello stretto di Malacca tra Malesia e Indonesia, il punto più debole dell'espansionismo cinese, altrimenti costretto ad aggirare Sumatra dal difficile stretto della Sonda.
Per mantenere il ritmo della crescita, la Cina ha la necessità impellente d'inondare il mondo, e l'Europa in special modo, della sua sovrapproduzione (sia manufatti irrisori sia tecnologia avanzata) a pena di una contrazione che la rallenterebbe nella disfida egemonica con gli USA per la leadership globale, sentendosi in vista del sorpasso. La NSR e lo sviluppo russo di profondi porti artici permettono alla Cina di trasformare un bisogno in un'arma e l'Unione Europea, finora morbida e dialogante, ha compreso l'esigenza di rivedere le relazioni bilaterali.
Sembra una battuta d'avanspettacolo che gli Stati Uniti avessero soltanto 3 rompighiaccio ed è una buona notizia che la quarta sia da poco stata loro venduta dalla Finlandia, prodotta dai cantieri Rauma nell'omonima cittadina sul golfo di Botnia. La stessa Unione Europea si è dotata nel 2014 di una nave rompighiaccio da ricerca, l'Aurora Borealis progettata dall'Istituto Alfred Wegener per la ricerca polare e marina (AWI), con base a Bremerhaven, allo scopo di valutare esattamente il massivo contributo dell'Oceano Artico al cambiamento climatico globale.
Non è solo la cantieristica europea ad intuire l'opportunità di una stagione sugli scudi, ma specifici settori del Vecchio Continente scalpitano, chiedendo maggiore tutela, normazione ed organizzazione centrale. Lo spazio rientra ormai nella strutturazione critica della sicurezza, costituita da monitoraggio e controllo, deterrenza e difesa. La Scandinavia ha alle spalle dagli anni Sessanta una solida tradizione di lanci scientifici di razzi-sonda Esrange tra la Svezia con la base di Kiruna, non lontano dalle enormi miniere di ferro oggetto di recente di riconsiderazione, e la Norvegia con la base di Andøya. Nel febbraio 2026 la NATO ha lanciato l'iniziativa Arctic Sentry, sovrintesa dal comando congiunto con Norfolk in Virginia, volta a monitorare l'Artico come zona di vulnerabilità infrastrutturale critica.
Il Programma Spaziale Europeo è affidato ad un'apposita agenzia, l'EUSPA con sede a Praga, la quale si coordina con la celebre ESA, la European Space Agency a carattere internazionale, nata nel 1975 a Parigi con centro di lancio presso il cosmodromo di Kourou, nella Guiana Francese. Le componenti primarie del programma spaziale 2021-2027 sono a) il satellite Copernicus per l'osservazione terrestre, b) il sistema di satelliti Galileo per la navigazione satellitare globale dell'UE (GNSS), c) il servizio europeo di copertura per la navigazione geostazionaria (EGNOS), d) IRIS2, in via di sviluppo, la costellazione di satelliti europei per la connettività sicura a media e bassa orbita. La costellazione dei 30 satelliti Galileo in orbita media raggiunge la precisione del centimetro e supera il sistema di posizionamento USA, l'arcinoto e non più giovane GPS con la precisione dei 100 m, sia il vetusto GLONASS russo. Copernicus invece pone attenzione a innumerevoli sorte di fenomeni naturali ed umani, dagli incendi alle valanghe, alle eruzioni, alle inondazioni, dall'inquinamento da idrocarburi al traffico cittadino, alla pesca di frodo, dimostrandosi molto versatile nel campo della sicurezza marittima e nel monitoraggio atmosferico finalizzato allo studio del cambiamento climatico. EGNOS è un sistema di navigazione geostazionaria ad alta accuratezza con la precisione del metro, disegnato per incrementare la qualità dei dati del GPS. E' in grado di fornire dati protetti e sicuri alle polizie e ai vigili del fuoco. IRIS2 prevede un dispiegamento di 290 satelliti entro il 2030 per la sicurezza delle connessioni tra le istituzioni e i governi europei. Nella concretezza operativa quotidiana è accaduto che, in specifiche situazioni, i massimi attori del G7 e i maggiori esponenti del G20 abbiano chiesto a Bruxelles accesso ai dati europei.
Il valore aggiunto che porta l'Europa è, come per il bucaneve che si fa strada verso la luce, nella salvaguardia della sopravvivenza culturale dei popoli indigeni artici, o dell'orso polare stremato sedato e salvato sull'ultima lastra della banchisa.
L'Unione Europea è nell'Artide da decenni. Il programma artico europeo per il 2021-2025 spingeva ad un maggiore coinvolgimento per la pace, la prosperità, la sostenibilità. La raccomandazione della Commissione al Consiglio ed al Parlamento di quest'anno delinea la strategia diplomatica per la regione alla luce di un quadro globale in deterioramento9. Dal punto di vista interno, è garantito il sostegno pieno alla Groenlandia10. La concessione di ulteriori tre basi alla confusa democrazia di Washington è sufficiente. Sul piano geografico-politico, la cooperazione EU-USA è fondamentale per contenere l'assertività artica sino-russa.
Tra molti spunti, si condanna la militarizzazione dell'Artico condotta dalla Russia11 e la tecnologia dual use in relazione alla guerra in Ucraina; di Pechino si giudicano rischiosi i partenariati ancora una volta camuffati dalla finzione del dual use; si conferma il ruolo decisivo della cooperazione scientifica internazionale, soprattutto in chiave climatica, promuovendo la condivisione di dati aperti e gli scambi di ricerca. Il tutto s’inscrive all’interno della cornice valoriale e sostanziale dei 17 obiettivi interconnessi per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU.
Rimane l'impressione di una policy artica giusta ma leggera, come una pietanza salutare ma insipida. Manca forse il sale della sovranità europea, quel pizzico di difesa, tasse, coraggio e indipendenza che rende credibile un ricco minestrone.
Alla presenza di Ursula von der Leyen il 15 marzo 2024 è stato inaugurato a Nuuk, la capitale con 20.000 dei 58.000 groenlandesi, il primo ufficio dell'Unione Europea, contestualmente alla firma dei primi due accordi della partnership EU-Groenlandia per un valore di 94 mld €. All'istruzione e formazione giovanile, questione effettivamente dolente a queste latitudini, sono destinati i primi 71.5 mld €, i restanti 22.5 vanno ai minerali critici, alle energie rinnovabili, alla conservazione della biodiversità. Ulteriori intese sono emerse sulla pesca sostenibile e sulla protezione dell'ambiente. L'assurda crisi procurata dagli USA alla fine del 2025 è un monito alla solidarietà europea, che alla fine si è manifestata.
Recita un motto internazionale "What happens in the Arctic doesn't stay in the Arctic", che subito si esemplifica nell'immagine dell'innalzamento dei mari per la perdita di ambedue le calotte polari e nella sommersione di Venezia. All'ignavia che risponde "What happens in the Arctic doesn't really matter", lasciando fondere l'Artico ed i suoi irripetibili ecosistemi come l’altoforno di un’acciaieria, magari ritenendolo ancora la remota e trascurabile fine del mondo, replicheremo che l'assottigliarsi dei ghiacci determina una riduzione dell'effetto albedo, riflessione dei raggi solari sul bianco (d'estate non preferiamo abiti chiari?) e conseguente aumento del riscaldamento globale, della forza dei venti e dell'imprevedibilità meteorologica o che il ritiro del permafrost, il terreno che non scongela spesso da centinaia di migliaia di anni, rilascerebbe immense quantità di bolle di metano da decadimento organico che a loro volta innalzerebbero la temperatura atmosferica, perpetuando un circolo vizioso.
Scevri dall'illusione dell'eccezionalismo artico come monade perfetta in una torre eburnea, siamo più inclini a riconoscere l'eccezionalità nordica nelle opere condivise dell'ingegno, nelle conquiste sociali ante litteram. Il Grande Nord europeo è quasi sinonimo di civiltà avanzata, pace e amore della natura. Di democrazia, ancor prima di socialdemocrazia. In principio fu l'Allemansrätt, il diritto di pubblico accesso, antico istituto giuridico scandinavo di godere della natura, traendone un limitato vantaggio. Grazie ad esso era legale attraversare tutte le terre, raccogliere le bacche, campeggiare, senza dare fastidio alle persone e alle renne. Nella contemporaneità l’eccezionalità nordica riluce nelle introspezioni di Ingmar Bergman, in cui l'incomunicabilità umana e il silenzio divino si riverberano nella lieve e soffusa luce dei tre sorrisi di una notte d'estate e nel tormento di un’impari partita a scacchi al tramonto.
Vi è un sentiero nel bosco di betulle, che si muta in pista sulla neve e conduce ad una traccia sul ghiaccio: è l'Artico, quasi infanzia dell'umanità indivisa. Sarà percorso da un cane senza slitta né redini.
1 Peter Høeg, Il senso di Smilla per la neve, 1992, Rosinante; pubblicato in Italia nel 1994.
2 L'autocoscienza di un popolo non può non essere contraddittoria e tortuosa, affascinante e ripugnante al tempo stesso. Per Mosca alla grandiosità tradizionalista e messianica della terza Roma secondo l'antico spirito russo fece seguito nell'Ottocento e dopo Le anime morte di Gogol (1842) la travagliata elaborazione dell'anima russa, che da un lato si sforzò di definire l'identità della nazione, dall'altro alimentò la degenerazione nel suo nazionalismo.
Nell'anima russa si ritrovano il bisogno ineludibile della sofferenza, la voglia di primeggiare nel mondo ed il primitivismo dei contadini e dei padroni, elementi tutti causati dall'inaudita ferocia della servitù della gleba ed amplificati dalla conseguente perdita di umanità. La Russia avrebbe dovuto salvare il mondo, in particolare l'Europa da sé stessa redimendola nel profondo. Nei Demoni di Dostoevskij (1873), il popolo russo è l'unico ed autentico portatore di Dio, ragion per cui non può rassegnarsi ad una parte secondaria nell'umanità. Infatti, con quanta veemenza un russo sostiene le proprie convinzioni anche quando ha torto? Per esperienza di molti, con quanta animosità difende financo l'indifendibile? Com'è lontana la scuola europea del dubbio e della critica!
La giovane anima russa è più irrazionale, oscura e ottimista del vecchio spirito nostalgico di Roma e Costantinopoli, e tuttavia soccombe all'ineluttabilità della Rivoluzione e dei connessi miti-riti della parusia del bene e della palingenesi della storia.
Anche l'imperialismo russo incontra un fertile terreno di coltura, coronando l'espansione zarista nelle steppe asiatiche sull'oceano Pacifico del Nord con i vulcani della Kamchatka, la fondazione di Vladivostok (1859), l'ultimo lembo di capo Deznev sullo stretto di Bering, e poi oltre le Aleutine in Alaska. Alla gagliardia dell'elongazione a oriente fa riscontro una sensibilità diversa verso il nord, terra difficile, misteriosa, ancestrale, quasi un rifugio in caso di bisogno.
Ricordiamo anche però che, tra la penuria delle casse zariste e le tensioni con la Cina, l’Alaska fu venduta nel 1867 agli USA dal barone russo Eduard de Stoeckl, rappresentante dello zar Alessandro II, al segretario di stato William H. Seward, rappresentante del presidente Andrew Johnson, per 7.2 mln $, equivalenti oggi a circa 140 mln $. Un'inezia che parve uno sproposito. L'affare fu bollato come "la ghiacciaia di Seward" e la camera dei rappresentanti approvò solo nel 1868. Il trattato di cessione ribadì la dottrina di James Monroe del 1823.
3 Gunhild Hoogensen Gjørv, Kara K. Hodgson: “Arctic Exceptionalism” or “comprehensive security”? Understanding security in the Arctic, 2019
4 Sulla bandiera russa al polo Nord,
https://st.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Mondo/2008/spedizione-oltre/cronaca/bandiera-russa-sotto-polo-nord.shtml?refresh_ce=1 .
5 Per la Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legge del Mare (UNCLOS),
https://www.un.org/Depts/los/ .
6 Dopo Pitea Massaliota il mito dell'ultima Thule avvincerà schiere di geografi e scrittori. Così Seneca nella Medea (vv. 375-379): "Verrà in un certo numero d'anni un'epoca / in cui l'Oceano scioglierà le sue barriere, / si aprirà un territorio immenso, / Teti svelerà mondi nuovi / e Thule non sarà più l'ultima terra."
7 Sono purtroppo vivide le immagini del gravissimo disastro ambientale (perdita in mare di circa 40000 metri cubi di petrolio), causato il 24.3.1989 dalla petroliera Exxon Valdez nello stretto di Prince William, in Alaska non lontano da Anchorage. Non solo la fauna ittica, ma un intero ecosistema fu danneggiato in modo considerevole e radicale. Un altro grave incidente ha avuto luogo il 29.5.2020 nella città chiusa di Norilsk, nella Siberia Settentrionale, quando un guasto alla centrale termoelettrica provocò il cedimento di un serbatoio con un abbondante sversamento di gasolio (circa 20000 metri cubi) e la contaminazione di centinaia di kmq, compreso il mar di Kara. Timori consistenti suscita la fusione del permafrost siberiano su cui poggiano migliaia di km di condutture energetiche obsolete. Il continuo gioco stagionale d'innalzamento e abbassamento delle parti meccaniche può alla lunga produrre uno sversamento rilevante dai vecchi oleodotti e gasdotti russi con inquinamento della taiga, della tundra ed infine dell'Oceano Artico. Solo incidenti secondari sono stati finora riportati.
8 In base al numero atomico le 17 REM si dividono convenzionalmente in terre rare leggere (Scandio-21, Ittrio-39, Lantanio-57, Cerio-58, Praseodimio-59, Neodimio-60, Promezio-61, Samario-62, Europio-63 [il più reattivo e duttile dei lantanidi], Gadolinio-64) e RE pesanti (Terbio-65, Disprosio-66, Olmio-67, Erbio-68, Tulio-69, Itterbio-70, Lutezio-71).
9 Sulla raccomandazione EU per l'Artico del 24.4.2026,
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=OJ:C_202601722 .
10 Prossimamente, dal 24 al 28 agosto, una delegazione del Comitato Affari Costituzionali del Parlamento Europeo si recherà in visita in Danimarca e Groenlandia per affrontare la politica internazionale dell’Artico. La delegazione AFCO, presieduta da Sven Simon (PPE, DE) coadiuvato tra gli altri da Daniel Freund (Greens, DE) e Juan Fernando Lopez Aguilar (S&D, ES), discuteranno lunedi 24 a Copenaghen con il ministero degli Affari Esteri e poi fino a venerdi 28 a Nuuk dell'autogoverno e dello sviluppo costituzionale del territorio autonomo con Kim Kielsen, presidente del parlamento groenlandese (Inatsisartut), con i rappresentanti del governo Naalakkersuisut), con gli accademici dell’Ilisimatusarfik (Università della Groenlandia) e con i delegati del Consiglio Circumpolare Inuit (ICC).
11 La militarizzazione artica della Russia è stata elevata dal potenziamento della base aerea di Nagurskoye sull'isola Terra di Alessandra nell’arcipelago della Terra di Francesco Giuseppe (la più settentrionale in assoluto), e soprattutto dalla costruzione della nuova base artica di Ushakovskoye sull’isola di Wrangel, oltre lo stretto di Bering. Un avamposto tecnologico in un santuario naturalistico eccezionale per biodiversità, iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, e tuttavia snodo militare e commerciale nello scacchiere artico.

