Fonte: Commissione europea

Il discorso annuale della Presidente della Commissione sullo Stato dell’Unione europea dimostra scarso coraggio politico. Mentre i cittadini europei, come ci dicono i sondaggi e persino alcuni studi dedicati, credono nell’Europa, e la vorrebbero rafforzare e rendere più unita, ma sono disorientati sulle vie concrete da percorrere per farlo, von der Leyen tace completamente sul tema. In questo modo si fa il gioco dei nemici dell’Europa.


“Se guardo all’Europa oggi, posso dire: lo stato della nostra Unione è più forte che mai; al tempo stesso, lo stato della nostra Unione può sembrare più precario che mai. Queste due affermazioni sembrano incompatibili, ma sono entrambe vere; e riflettono questi tempi eccezionali, questa età complessa di grandi opportunità e di grandi pericoli”. 

Con questa premessa è iniziato il discorso sullo Stato dell’Unione tenuto da Ursula von der Leyen il 16 settembre a Strasburgo davanti al Parlamento europeo riunito in plenaria; se dovessimo darne un giudizio sintetico in una frase, diremmo che in un’ora e un quarto è stata evidente la volontà di fornire argomenti per la prima delle due affermazioni, ossia per “lo stato dell’Unione più forte che mai”.

È naturale che sia così: la presidente di un’istituzione europea chiamata a fornire agli Stati membri “roadmap” e indicazioni per affrontare tutti i nodi del nostro tempo difficile non può certo non cercare di valorizzare il proprio operato. Bisogna anche aggiungere che nessun Capo di Stato o di Governo nazionale avrebbe potuto esprimersi su tutte le grandi sfide del nostro tempo come ha potuto fare lei, a meno di non invocare, a propria a volta, la dimensione europea come préalable. Il solo fatto che un esponente politico parli potendo mantenere un punto di vista europeo, e non nazionale, per affrontare i temi politici, rende plasticamente l’idea di come questo sia il solo livello che permette di pensare una strategia coerente e di individuare risposte alle sfide che dobbiamo fronteggiare.

In questo quadro, l’elenco dei punti di forza europei fornito da von der Leyen è lungo, ed è reale. L’Europa è la garanzia della prosperità degli europei, e ha fatto molto in questi ultimi anni per adattarsi alle nuove sfide: dall’affrancamento dal gas russo, al far valere il proprio peso commerciale (dimenticando però la questione dazi con gli USA….), all’essere tornata dopo molti anni a porsi la questione di avere un politica industriale (anche se resta frammentata perché di competenza nazionale….), al continuare a credere nel valore dello stato sociale (ma senza menzionare gli enormi problemi che lo affliggono…), alla solidarietà reciproca (vedi Groenlandia, che intanto, però, stringe accordi ambigui con gli USA…) e al sostegno comune all’Ucraina insieme all’aumento della spesa per la difesa (o meglio: per le difese nazionali). Soprattutto, ha ragione von der Leyen quando dice che “nella fredda fragilità del mondo di oggi, solo l’Europa può garantire vera sovranità agli europei”; e pure quando ricorda che oggi l’Europa ha molti nemici, esterni ed interni, alleati per minare la nostra democrazia e distruggere la nostra unità, e che gli europei devono reagire uniti - anche se sorvola sul fatto che tra questi nemici c’è anche l’attuale amministrazione americana oltre alla Russia di Putin.

Questa, per chi presiede la Commissione europea, è la parte facile da giocare. Il difficile viene con le proposte concrete per “combattere insieme per la nostra idea di Europa”. Questa parte si può affrontare solo in due modi: con il realismo unito al coraggio, che viene dalla vera assunzione di responsabilità, verso i cittadini e verso le istituzioni; oppure con l’ipocrisia, fingendo che i problemi – che (pur con tante omissioni) vengono evocati – siano superabili con gli strumenti esistenti. Nel primo caso si deve prendere atto delle difficoltà con cui ci confrontiamo, a partire dal fatto che le analisi contenute nel rapporto Draghi sulla competitività (rapporto commissionato dalla stessa von der Leyen e fino a poco fa riferimento imprescindibile) sono da rivedere addirittura in peggio, e che le riforme, le misure, le possibili soluzioni indicate sono ferme al palo. Il grande momento di fragilità, pertanto, non si supera limitandosi all’elogio di ciò che stiamo facendo, come se bastasse disegnare piani ambiziosi per superare le nostre debolezze strutturali; e non si supera neppure senza affrontare i nodi della frammentazione politica che blocca – proprio quando si arriva al problema della competitività rispetto ai nemici esterni – l’attuazione delle rotte disegnate su carta. La frammentazione politica non è un fatto ideologico o un concetto troppo astratto; è – nell’esempio più concreto – la mancanza di fondi di un bilancio europeo troppo piccolo e troppo vincolato a logiche nazionali per poter supportare le politiche che la Commissione stessa cerca di indicare, ed è lo stallo creato dalle divergenze nazionali che si traducono in veti incrociati nel Consiglio europeo e nel Consiglio. Responsabilità richiederebbe una denuncia di queste contraddizioni e richiederebbe proposte concrete per superarle: “walk the talk”, come dicono gli inglesi.

L’ipocrisia è invece quella che, come ha fatto von der Leyen, camuffa gli ostacoli e tenta manovre ad effetto per nasconderli. Alcune “manovre” vanno anche in direzione corretta, sia chiaro; ma altre lo fanno molto meno. Tra quelle da accogliere con favore c’è sicuramente l’offerta di uno status innovativo di “associato” al Canada; anche se, al di là della vaghezza della formula, che pure si può studiare e definire, il valore di questa offerta dovrebbe risiedere nel fatto di essere parte di un disegno geopolitico, che immagina l’Unione europea come una potenza democratica che si allea con le altre grandi democrazie extra-europee per porre le basi di un’azione comune a livello internazionale e ridisegnare così gli equilibri di potere globali, come auspica il primo ministro canadese Mark Carney. La Presidente, invece, forse anche preoccupata della reazione molto nervosa di Trump, si è affrettata a prendere le distanze da una simile ipotesi, ricordando che si tratta solo di fare fronte comune per difendere i propri valori (e sottintendendo quindi che, nella sua visione, l’UE non è una potenza, non aspira ad esserlo, e si limita a reagire in difesa quando attaccata). Un secondo annuncio molto atteso è stato quello sullo stop alla concorrenza sleale cinese; una giusta enunciazione, anche qui però molto ridimensionata dalle difficoltà create dagli opposti interessi degli Stati membri.

La terza “manovra ad effetto” è arrivata invece in conclusione, con l’annuncio di un Congresso d’Europa che verrà convocato a marzo 2027 in occasione del 70° anniversario della firma dei Trattati di Roma. Il richiamo è al Congresso dell’Aja del 1948. Sarà composto dai “più grandi pensatori e scrittori, artisti e scienziati, cittadini e società civile”, per discutere e disegnare il futuro dell’Europa. In questo modo, von der Leyen, dopo aver ignorato il Rapporto Draghi, ignora che il dibattito sul futuro dell’Europa c’è già stato con la Conferenza sul Futuro dell’Europa (conclusosi solo quattro anni fa…), che ha prodotto 49 raccomandazioni, e definito le riforme di cui l’Unione europea ha urgentemente bisogno. Ignora anche gli impegni che lei stessa ha preso in più occasioni di dare seguito a queste raccomandazioni, e di essersi dichiarata pronta a farlo “anche avviando la modifica dei Trattati, dove necessario”. Ignora infine che, in conseguenza della CoFoE, il Parlamento europeo ha depositato al Consiglio europeo la richiesta di aprire una Convenzione, non per “parlare” del futuro dell’Europa, ma per costruirlo con la revisione dei Trattati, proponendo riforme precise. La Presidente non ha nemmeno il coraggio di mettere in continuità questo Congresso con il lavoro già fatto, offrendo un’opportunità per rilanciarlo. Si limita a richiamare un’esperienza che precede la nascita della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio e del processo di unificazione, quando l’ideale europeo era un obiettivo nobile ma ancora indefinito, e glissa persino su 76 anni di integrazione, battaglie politiche, risultati, per proporre di “riappropriarci della nostra immaginazione europea; così che la prossima generazione possa scrivere la sua storia”.

Spiace dirlo, ma questa proposta è un insulto alla democrazia e alla stessa idea di Europa, che non riusciremo certo a difendere con gli stratagemmi e gli specchi per le allodole. Questo tempo ci chiama alla responsabilità e alla serietà; l’autoinganno ipocrita fa solo il gioco dei nostri nemici.

 


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