La missione Aspides svela ancora una volta il vero nodo per l’Europa in campo militare: superare la frammentazione politica per poter esprimere una visione e una volontà comuni.
Quando gli Stati membri dell’Unione Europea identificano un interesse comune e concordano (e accettano) una catena di Comando e Controllo (C2) condivisa, la capacità militare europea può essere generata rapidamente e operare con efficacia. Le tre operazioni navali attualmente in mare - che rappresentano tre fasi della maturazione militare dell’Unione, spesso con a capo un Ammiraglio italiano - lo dimostrano. Al tempo stesso, però, evidenziano anche i limiti dell’attuale assetto politico dell’UE.
-
Atalanta, avviata nel dicembre 2008 contro la pirateria somala, dimostrò che l’UE poteva sostenere nel tempo un’operazione navale lontano dalle proprie coste, proteggere il traffico commerciale e coordinare marine di molti Paesi in un teatro vasto come l’Oceano Indiano occidentale. Il mandato è evoluto dalla sola antipirateria verso una più ampia sicurezza marittima regionale.
-
Irini, lanciata nel 2020 nel Mediterraneo centrale, nasce per applicare l’embargo ONU sulle armi dirette in Libia. Il Consiglio ha prorogato il suo mandato fino al 31 marzo 2027 e, dal 2025, ha aggiunto (ancora su iniziativa italiana) una funzione di Maritime Situational Awareness: chi è dove e perché.
-
Aspides, avviata nel febbraio 2024 per rispondere agli attacchi contro il naviglio mercantile nel Mar Rosso, è la prova più recente. È una missione difensiva: tutela le navi, protegge la libertà di navigazione e non conduce attacchi contro obiettivi terrestri.
In estrema sintesi possiamo affermare che Atalanta ha insegnato che una minaccia alla libertà di navigazione può diventare un terreno relativamente agevole per raccogliere il consenso necessario a realizzare cellule di difesa europea attiva: interesse economico comune, base giuridica difendibile, minaccia definita, consenso internazionale relativamente ampio.
In seguito, invece, Irini ha mostrato il limite opposto: anche con assetti sofisticati, una missione resta condizionata dalla sua architettura politica, dal mandato e dalle divisioni degli Stati; nel caso, su Libia, Mediterraneo e gestione delle conseguenze migratorie. Le buone intenzioni iniziali si scontrano con le specifiche sensibilità nazionali, oltre che con gli specifici interessi. Il tutto condensato nella effettiva disponibilità ad assegnare assetti rilevanti.
Aspides sta assumendo un valore ancora più profondo. È stata voluta per la salvaguardia del centro del sistema arterioso attraverso cui transitano commercio euro-asiatico, energia, assicurazioni marittime, filiere industriali, tutte le variabili più potenti nell’influenzare i prezzi al consumo europei, non soltanto dei carburanti. Il Mar Rosso e Hormuz sono il luogo nel quale la formula astratta della “sicurezza economica europea” si concretizza. Eppure Aspides sta languendo.
Allora, chi tutela le linee di comunicazione marittime dalle quali dipendono la produzione e la prosperità dell’Unione?
Il ministro della Difesa Crosetto, sempre fermo nelle sue dichiarazioni, anche se mai sopra le righe, ha affermato con una qualche ruvidezza che se non ci saranno delle serie prese d’atto della necessità di consolidare la missione Aspides l’Italia farà da sola. La Commissaria Kallas ha immediatamente fatto sponda con una lettera ai ministri degli Esteri e della Difesa dei Ventisette. L’Alta rappresentante non si è limitata a riconoscere il problema ma ha adottato il lessico chiesto dall’Italia, servono:
-
«Più assetti navali e aerei, adeguatamente equipaggiati».
-
Maggiori capacità di «protezione ravvicinata» dei mercantili.
-
Un aumento «in modo sostanziale» della presenza europea, affinché Aspides possa adempiere effettivamente al proprio mandato.
-
Contributi concreti degli Stati membri, poiché la missione opera esclusivamente con gli assetti messi a disposizione dalle capitali nazionali.
Questo episodio, ancora una volta, condensa il paradosso della Difesa europea. L’Unione dispone di una missione navale già prorogata fino al febbraio 2027, di una struttura di Comando e Controllo, di regole d’ingaggio, di Paesi capaci di fornire assetti e di un interesse economico diretto a mantenere aperte le rotte tra Mar Rosso, Bab el-Mandeb, Golfo di Aden e, in prospettiva, Hormuz. Non solo: si tratta di una opportunità potentissima per mostrare al mondo, ed al Presidente Trump in particolare, che gli europei sanno reagire ai suoi messaggi, nonché alle sue esplicite minacce. Eppure, gli Stati lasciano languire la missione, e deve essere uno Stato membro, per di più tra i principali contributori, a paventare di tornare ad una tutela nazionale del proprio naviglio per costringere gli altri a prendere sul serio il mandato comune.
Se Roma scortasse da sola le proprie navi, produrrebbe una protezione utile per gli interessi italiani, ma sancirebbe la rinazionalizzazione di un problema comunitario: le catene logistiche, le assicurazioni marittime, il costo dell’energia e la libertà di navigazione non si fermano alla bandiera di una singola nave.
La vera scelta dovrebbe diventare quindi un’Aspides realmente dotata di assetti multinazionali, proprio per evitare una somma di interventi nazionali, costosi, intermittenti e politicamente incapaci di generare una presenza europea credibile. La risposta di Kallas accoglie in pieno il grido di allarme lanciato dal ministro Crosetto; ma la verifica sarà nei contributi reali che i governi metteranno a disposizione nei prossimi Consigli esteri e difesa.
Ancora una volta il vero nodo in campo militare si dimostra quello della frammentazione politica, che porta con sé debolezza e mancanza di visione da parte dei governi. Ciascuno di loro insegue i propri interessi a breve e i propri cicli elettorali, e paralizza, oppure svuota o svia, l’azione comune. Finché la difesa sarà competenza esclusiva degli Stati membri, il sistema continuerà ad incepparsi di fronte ad ogni difficoltà o contrasto, perché non riesce ad emergere una visione strategica comune e un mandato coerente.
In una fase di grande pericolo come quella che stiamo attraversando, questa situazione è inaccettabile. Solo un salto politico verso maggiore integrazione e una reale unità politica ci potranno garantire di pensare e agire come protagonisti del nostro tempo.

