«Le potenze intermedie devono agire insieme, perché se non siamo al tavolo, siamo nel menu».
La frase pronunciata da Mark Carney a Davos contiene una delle possibili chiavi di lettura del nuovo disordine internazionale. Il primo ministro canadese non si limita a denunciare le pressioni esercitate da Donald Trump sul Canada. Propone una risposta politica più ampia: se il mondo sta tornando a essere dominato dalla competizione tra grandi potenze, i Paesi di dimensioni intermedie devono trovare forme nuove di cooperazione per evitare di trasformarsi in semplici oggetti delle decisioni altrui.
Canada, Unione europea e Australia vengono così chiamati a misurarsi con una realtà nella quale le regole dell'ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale stanno perdendo progressivamente la loro capacità di contenere i rapporti di forza. Il problema non è soltanto economico o militare. È innanzitutto politico: come possono le democrazie di media potenza conservare la propria autonomia in un sistema nel quale Stati Uniti e Cina dispongono di una capacità di influenza incomparabilmente maggiore?
Carney ha sviluppato questa riflessione in due interventi particolarmente significativi, a Davos il 20 gennaio e, successivamente, al Parlamento europeo di Strasburgo il 17 settembre. In quest'ultimo discorso, nel momento in cui si discuteva di un possibile rafforzamento dei rapporti tra Canada e Unione europea, ha insistito sulla necessità di «adattarsi al mondo reale senza rinunciare ai valori democratici».
È un passaggio importante. Perché significa riconoscere che il mondo è cambiato senza accettare che il cambiamento debba necessariamente tradursi nell'abbandono dei principi sui quali si sono costruite le democrazie occidentali.
Difendere i valori significa anche creare la forza per sostenerli
Libertà, democrazia, dignità della persona, economia sociale e sviluppo sostenibile sono, secondo Carney, elementi che accomunano il Canada e l'Europa. Richiamando Goethe, il premier canadese ha parlato di «affinità elettive». Ma le affinità culturali e politiche, da sole, non bastano. In un mondo nel quale la forza economica, tecnologica ed energetica torna a essere uno strumento essenziale della politica internazionale, anche i valori hanno bisogno di una capacità concreta di essere difesi. Da qui nasce l'idea di una maggiore autonomia strategica. Non, precisa Carney, per costruire un nuovo centro di potere destinato a dominare gli altri, ma per ridurre la dipendenza dalle decisioni delle grandi potenze.
È questo forse il punto più interessante della sua proposta. L'autonomia non viene concepita come isolamento, né come ritorno a una sovranità nazionale intesa in senso assoluto. Al contrario, passa attraverso la cooperazione. È mettendo insieme risorse, mercati, tecnologie e capacità politiche che Paesi singolarmente meno potenti possono aumentare il proprio peso internazionale. In questa prospettiva, Canada e Unione europea potrebbero diventare, nelle parole di Carney, «un faro per le altre democrazie».
Dalla solidarietà politica alla convergenza economica
La possibile alleanza non si fonda tuttavia soltanto sulla condivisione di valori. Esiste una solida base di interessi economici. Il Canada dispone di risorse energetiche e materie prime strategiche di cui l'Europa ha crescente bisogno. Può fornire gas naturale liquefatto e idrogeno su larga scala e dispone di importanti giacimenti di materie prime critiche, oltre che di capacità di raffinazione. L'Europa, dal canto suo, possiede competenze avanzate nei processi industriali e nelle tecnologie per la transizione energetica. La costruzione di catene del valore comuni potrebbe quindi creare una relazione nella quale le due economie risultino reciprocamente complementari.
La stessa logica può essere applicata all'intelligenza artificiale. Canada e Unione europea possono collaborare nello sviluppo delle capacità di calcolo, nei protocolli di sicurezza e nelle infrastrutture digitali, oltre a rafforzare la cooperazione nei settori della difesa e della sicurezza.
È una concezione della sovranità che non coincide più semplicemente con il possesso di un territorio o con la capacità militare. La sovranità contemporanea riguarda anche l'accesso all'energia, alle materie prime, alle tecnologie, ai dati, alle infrastrutture digitali e ai capitali.
Anche la finanza entra nella partita
Carney ha spinto la sua proposta fino al settore finanziario, suggerendo che Canada ed Europa esplorino la possibilità di creare un mercato integrato per i servizi finanziari. L'obiettivo sarebbe ampliare le possibilità di scelta, ridurre i costi per i cittadini, facilitare l'accesso al capitale per le imprese e mantenere, nello stesso tempo, la solidità dei sistemi finanziari.
È una proposta che mostra quanto sia ambizioso il progetto. E proprio per questo non sono mancate le obiezioni. La commissaria europea per i Servizi finanziari, Maria Luís Albuquerque, ha osservato che una piena integrazione dei mercati richiederebbe probabilmente un significativo allineamento delle legislazioni, non facile da realizzare.
Il punto, tuttavia, non è soltanto stabilire quanto rapidamente una simile integrazione possa essere realizzata. È capire se la frammentazione dei mercati e delle capacità strategiche europee e canadesi rappresenti ancora una condizione sostenibile in un mondo dominato da grandi blocchi economici.
L'Europa di fronte alla scelta
Il prossimo vertice UE-Canada di fine ottobre potrebbe offrire l'occasione per trasformare alcune di queste dichiarazioni in accordi più concreti e individuare i settori nei quali la convergenza è maggiore. Ma la questione è più ampia dei rapporti bilaterali.
La proposta di Carney arriva infatti mentre gli Stati Uniti di Donald Trump hanno rimesso in discussione alcuni degli equilibri tradizionali dell'Occidente e mentre la Cina accresce il proprio peso economico, tecnologico e geopolitico. In questo contesto, l'Europa è chiamata a interrogarsi sul significato della propria autonomia.
L'interrogativo riguarda anche la natura stessa dell'integrazione europea. Se l'Unione vuole essere un soggetto politico e non soltanto un grande mercato, deve disporre degli strumenti necessari per agire in modo autonomo nei settori decisivi: energia, tecnologia, difesa, finanza, materie prime e infrastrutture.
In questa ottica è molto significativo il sostegno espresso da Emmanuel Macron alla prospettiva di un avvicinamento. In un recente incontro con Carney, riferendosi alle dichiarazioni di Ursula von der Leyen, il presidente francese ha affermato: «Sosteniamo questa agenda di avvicinamento in questa Alleanza del futuro che avete denominato, come stato associato, come membro a pieno titolo di una comunità politica europea».
«Essere al tavolo»
La metafora di Carney, «se non siamo al tavolo, siamo nel menu», può apparire provocatoria. Ma proprio per questo riesce a sintetizzare un problema politico reale: in un sistema internazionale nel quale le grandi potenze tendono a ridefinire unilateralmente gli equilibri, non partecipare alle decisioni significa rischiare di subirne le conseguenze. La risposta proposta dal premier canadese non è il ripiegamento nazionale. È, al contrario, una forma più intensa di cooperazione tra democrazie.
È una prospettiva che pone una domanda anche all'Europa. La costruzione europea è nata per superare la logica della potenza nazionale e trasformare la cooperazione in una vera federazione. Oggi quella stessa logica dovrebbe più che mai spingere l’Europa a trovare la capacità di essere protagonista nel nuovo equilibrio mondiale, raggiungendo l’unità politica, per poter parlare con una voce sola. Conosciamo bene gli ostacoli che bloccano questo percorso: dal diritto di veto, basato sulla regola dell'unanimità che paralizza qualsiasi decisione significativa, alle miopi logiche nazionali e nazionaliste che ancora muovono i governi, bloccando la necessaria condivisione di sovranità che, sola, può far emergere l’interesse comune.
In questo senso, la frase di Carney sfida direttamente l'Europa e la sua capacità di scegliere se limitarsi a osservare il nuovo ordine internazionale oppure contribuire a costruirlo.

