L’Europa sta perdendo terreno. E non soltanto perché cresce meno degli Stati Uniti o perché innova meno. Il problema, più profondo, è che continua a mantenere in piedi istituzioni, regole e politiche nazionali che finiscono per ostacolare proprio ciò di cui avrebbe più bisogno: competitività, innovazione e capacità di crescere.
Lo mette bene in evidenza un recente articolo di Foreign Affairs, “Europe Can’t Get Out of Its Own Way”, che riprende e sviluppa una diagnosi già contenuta nei rapporti Draghi e Letta del 2024. La differenza è che oggi l’articolo può misurare quanto poco di quelle indicazioni sia stato effettivamente realizzato: meno del 30% delle raccomandazioni risulta finora implementato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. All’inizio di questo secolo la produttività europea era arrivata a circa il 95% di quella americana. Oggi è inferiore di circa il 20%. E anche se tutte le riforme suggerite da Draghi e Letta venissero adottate, sostiene l’articolo, non basterebbero da sole a colmare il divario accumulato. Perché il problema non è soltanto che i governi europei facciano troppo poco per favorire la competitività. È, più radicalmente, che molte delle loro politiche finiscono per ostacolarla. Restrizioni tecnologiche, politiche fiscali spesso contraddittorie, mercati ancora frammentati, ostacoli alla nascita e alla crescita delle startup: un insieme di vincoli che rende particolarmente difficile far emergere in Europa le imprese capaci di guidare le nuove rivoluzioni tecnologiche. Il dato forse più eloquente è questo: le 50 maggiori imprese europee hanno in media circa 150 anni di vita. È come se il continente continuasse a vivere sulla propria eredità industriale mentre il mondo cambia a una velocità senza precedenti.
L’automobile: il caso Volkswagen
L’industria automobilistica è forse l’esempio più evidente. Nel primo quarto del XXI secolo l’auto è stata investita da due trasformazioni epocali: la transizione dal motore a combustione a quello elettrico e la crescente digitalizzazione e automazione della produzione. Non si trattava semplicemente di cambiare un prodotto: occorreva trasformare radicalmente tecnologie, software, catene produttive e modelli industriali.
Le case automobilistiche europee hanno incontrato enormi difficoltà. Il caso Volkswagen è emblematico. Nel 2015 il gruppo annunciò un ambizioso programma per l’elettrificazione della propria produzione e creò addirittura una nuova società software, Cariad, con l’obiettivo di sviluppare internamente le tecnologie necessarie alla nuova generazione di automobili. Il risultato, tuttavia, fu molto diverso dalle aspettative. Cariad dovette essere sottoposta a ripetuti interventi e aggiornamenti; diversi dirigenti lasciarono il gruppo; Porsche, Audi e Bentley dovettero rinviare diversi modelli elettrici. Nel frattempo, il mercato cinese — il più importante per Volkswagen — si stava rapidamente spostando verso automobili elettriche prodotte da costruttori cinesi, mettendo sotto pressione uno dei principali pilastri della presenza internazionale del gruppo. Secondo i dati citati dall’articolo, tra il 2015 e il 2025 i profitti di Volkswagen sarebbero diminuiti dell’80%, mentre la sua capitalizzazione di mercato sarebbe crollata del 60%. Nel 2026 il gruppo ha annunciato la chiusura di quattro stabilimenti in Germania e un pesante ridimensionamento dell’occupazione.
Volkswagen non è però un caso isolato. Anche altri grandi gruppi europei hanno subito un forte ridimensionamento della loro valutazione di mercato. Mercedes avrebbe perso circa la metà del proprio valore rispetto al 2015, BMW circa il 60%. Stellantis ha sostenuto costi molto elevati nel processo di elettrificazione e la sua capitalizzazione di mercato ha subito un drastico ridimensionamento.
Ed qui emerge un problema che va ben oltre le singole aziende. L’industria automobilistica rappresenta ancora una componente fondamentale dell’economia europea, con circa tre milioni di occupati direttamente nell’Unione europea. Questa sua importanza rende più preoccupante il rischio che una parte consistente della produzione e dell’occupazione venga progressivamente trasferita verso aree del mondo più competitive nelle nuove tecnologie.
L’Europa e il mondo dei “carnivori”
Nel frattempo, infatti, il contesto internazionale è cambiato radicalmente. Le tensioni economiche e politiche tra i grandi blocchi stanno aumentando e la competizione tecnologica è ormai parte integrante della competizione geopolitica. Già nell’ottobre 2023 Paolo Gentiloni, allora Commissario europeo per l’Economia, aveva sintetizzato il problema con una metafora destinata a rimanere nel dibattito europeo: «L’Europa che qualcuno ha definito potenza tranquilla, non può essere l’unico erbivoro in un mondo di carnivori». La formula riprendeva una metafora già presente nel dibattito strategico europeo. Ivan Krastev e Mark Leonard avevano infatti parlato, nel 2007, della crescita delle “herbivorous powers”, nel loro New World Order: The Balance of Soft Power and the Rise of Herbivorous Powers. Ma oggi la questione è diventata molto più concreta. L’Europa non può più dare per scontato che il commercio, le regole e la forza del proprio mercato siano sufficienti a proteggerne la prosperità. La competizione internazionale riguarda ormai contemporaneamente tecnologia, energia, industria, intelligenza artificiale, spazio, difesa e controllo delle catene di approvvigionamento. E mentre il mondo cambia, l’Europa continua troppo spesso a ragionare come se disponesse di tempo illimitato.
La realtà, purtroppo, non è così. Foreign Affairs ha recentemente sottolineato come gli Stati Uniti stessi debbano confrontarsi con l’ingresso in una nuova epoca di conflitti e di competizione tra potenze. E per l’Europa la questione è ancora più radicale: non può continuare a delegare ad altri la propria sicurezza, la propria tecnologia e, in ultima analisi, la propria capacità di determinare il proprio futuro. Questo non significa abbandonare il modello europeo, né rinunciare alla cooperazione internazionale. Significa, al contrario, creare le condizioni perché l’Europa possa continuare a difenderli. Per farlo dovrà però liberarsi di molti dei vincoli nazionali che ne frenano la crescita: mercati frammentati, regolamentazioni divergenti, politiche industriali contraddittorie, insufficiente integrazione dei capitali e ostacoli alla nascita e alla crescita delle nuove imprese.
Insomma, l’Europa deve svegliarsi. Non perché debba diventare una potenza “carnivora”, ma perché non può più permettersi di essere una potenza inerme in un mondo nel quale gli altri stanno correndo.
Come scriveva lo storico tedesco Ludwig Dehio nella prefazione a Equilibrio o egemonia, la storia non offre infinite possibilità di recuperare le occasioni perdute. Questo è un tempo che non ritorna. Il tempo di fare gli Stati Unit d’Europa!

