La coercizione economica nei confronti dell’Unione europea è in forte crescita. In otto anni, gli episodi registrati sono aumentati di otto volte, con una netta accelerazione dal 2024. E, se si considera la loro gravità, emerge un dato che dovrebbe far riflettere: la Cina è responsabile del 54% degli episodi ancora attivi, contro il 20% attribuibile agli Stati Uniti e il 17% alla Russia.

Sono i dati di un recente studio dell’ISPI per il Parlamento europeo (Strengthening the EU’s resilience against economic pressure and documenting coercive practices), che ha costruito un dataset degli episodi di coercizione economica contro l’UE dal 2018 a oggi, valutandone anche la gravità. Il quadro che ne emerge è inequivocabile: le interdipendenze economiche, anziché favorire sempre la cooperazione, possono trasformarsi in strumenti di pressione politica. E le potenze che dispongono delle leve più efficaci non esitano a utilizzarle per cercare di condizionare le decisioni dell’Unione e dei suoi Stati membri.

Per coercizione economica si intende, infatti, l’impiego di strumenti quali dazi, sanzioni, restrizioni commerciali e controlli sulle esportazioni non soltanto per conseguire vantaggi economici, ma anche per indurre un altro paese o un’organizzazione sovranazionale a modificare le proprie scelte politiche.

Il fenomeno non è nuovo. Ciò che è cambiato è la sua intensità, insieme alla concentrazione degli episodi più rilevanti nelle mani di tre grandi potenze: Cina, Stati Uniti e Russia. Non sorprende: per esercitare una pressione efficace sull’Unione europea, che rappresenta uno dei maggiori poli economici mondiali, occorrono leve capaci di produrre conseguenze significative anche per le economie europee.
 

La Cina: la forza della dipendenza economica

Il primo dato che emerge dallo studio ISPI è forse quello meno intuitivo. Nonostante il dibattito pubblico europeo sia stato dominato, negli ultimi anni, dalla Russia di Vladimir Putin, dopo l’invasione dell’Ucraina e la crisi delle forniture di gas, e dagli Stati Uniti di Donald Trump, è la Cina di Xi Jinping a occupare il primo posto per peso degli episodi di coercizione economica ancora attivi.

La strategia di Pechino, del resto, non ha bisogno di manifestarsi sempre attraverso minacce esplicite. Talvolta sono sufficienti decisioni amministrative e commerciali che, proprio perché intervengono su risorse strategiche, parlano da sole.

La Cina controlla oltre il 90% della raffinazione mondiale delle terre rare e occupa una posizione dominante nella produzione dei magneti permanenti che ne derivano. Si tratta di materiali essenziali per numerose tecnologie, dai veicoli elettrici alle turbine eoliche, fino a diversi impieghi industriali e militari.

Nel 2025, l’introduzione di controlli sulle esportazioni cinesi di materiali e prodotti strategici è bastata a mettere in allarme una parte importante dell’industria europea, in particolare quella automobilistica. Il problema non riguarda soltanto il prezzo o la disponibilità immediata delle materie prime: riguarda la possibilità che una dipendenza industriale diventi uno strumento di condizionamento politico.

È un rischio che avrebbe dovuto essere affrontato da tempo. Già nel 1934, in Technics and Civilization, Lewis Mumford individuava nell’elettrificazione una delle grandi trasformazioni capaci di ridisegnare la società e le città moderne. Oggi la transizione verso un sistema energetico meno dipendente dai combustibili fossili rappresenta una sfida tecnologica e industriale di portata altrettanto storica. Ma non può tradursi nella sostituzione della dipendenza dal petrolio con una nuova dipendenza da materiali strategici controllati da una sola potenza.

La transizione energetica, dunque, non è soltanto una questione ambientale. È anche una questione di autonomia industriale, sicurezza economica e sovranità politica europea.
 

Gli Stati Uniti: molte minacce, pochi fatti?

Il metodo di Donald Trump appare, almeno per alcuni aspetti, diverso. Il presidente americano ricorre frequentemente alle minacce commerciali e tariffarie, ma non sempre le traduce in misure concrete. Secondo il dataset ISPI, dei sei nuovi tentativi statunitensi di coercizione nei confronti dell’UE registrati nel 2025-2026, soltanto uno si sarebbe tradotto in un’azione effettiva.

Questo dato non deve però indurre a sottovalutare il problema. Anche una minaccia non attuata può produrre incertezza, condizionare le decisioni delle imprese e spingere i governi a modificare preventivamente il proprio comportamento. Inoltre, la dimensione del mercato americano e l’importanza delle relazioni transatlantiche rendono particolarmente costosa per l’Europa un’escalation commerciale.

La questione, quindi, non è contrapporre meccanicamente Washington a Pechino, ma riconoscere che l’Unione deve essere in grado di difendere i propri interessi anche quando le pressioni provengono da un alleato storico. Un’autonomia europea credibile non può dipendere dalla speranza che le minacce restino tali.
 

La Russia: l’arma del gas

Nel dataset ISPI la Russia compare con un numero inferiore di episodi: tre dal 2018. Ma uno di essi, il taglio delle forniture di gas dopo l’invasione dell’Ucraina, rappresenta il caso più grave dell’intero campione, con il punteggio massimo di 25 su 25.

La crisi energetica ha mostrato con particolare evidenza quanto possa essere vulnerabile un’economia che dipende da un fornitore esterno per risorse essenziali. Ha anche dimostrato che le conseguenze di una dipendenza strategica non si misurano soltanto in termini di costi industriali: investono la sicurezza degli approvvigionamenti, la stabilità sociale e la libertà di scelta dei governi.
 

Lo strumento europeo c’è. Perché non viene utilizzato?

Eppure, l’Europa non è priva di strumenti di pressione. In particolare, Italia e Germania conservano competenze e posizioni industriali importanti in settori quali i macchinari avanzati, la farmaceutica, le biotecnologie, l’aerospazio e la difesa. Questi vantaggi competitivi, naturalmente da valutare caso per caso e nel rispetto degli impegni internazionali, possono contribuire a una strategia di deterrenza economica.

La vulnerabilità, infatti, non è necessariamente unilaterale. Anche le altre potenze possono dipendere da tecnologie, prodotti e competenze europee. Il problema è riconoscere queste interdipendenze e saperle utilizzare in modo coordinato, anziché lasciare che siano i singoli Stati a negoziare separatamente, spesso da posizioni più deboli.

È in questo contesto che, di fronte all’accumularsi delle pressioni, Bruxelles si è dotata di uno Strumento anticoercizione, l’Anti-Coercion Instrument (ACI), adottato nel 2023. Il suo obiettivo è consentire all’Unione di reagire alla coercizione economica esercitata da paesi terzi, ricorrendo, in ultima istanza, a misure di risposta per indurre il paese responsabile a cessare la propria condotta.

Eppure, fino al periodo considerato dallo studio, lo strumento non era mai stato attivato.

Il punto non è che l’Europa debba rispondere automaticamente a ogni minaccia con nuove sanzioni o restrizioni commerciali. Una simile politica rischierebbe di aggravare i conflitti e danneggiare le stesse economie europee. L’ACI deve essere utilizzato sulla base di valutazioni rigorose, proporzionate e coordinate, quando ne ricorrono effettivamente le condizioni. Ma uno strumento che non viene mai utilizzato rischia di perdere proprio la funzione per cui è stato creato: rendere credibile la minaccia di una risposta. La deterrenza, infatti, non dipende soltanto dalla capacità materiale di reagire, ma anche dalla convinzione degli interlocutori che l’Unione sia politicamente disposta a farlo.

È su questo terreno che si misura la debolezza europea. Ad oggi, sono la Commissione e gli Stati membri che devono essere in grado di individuare rapidamente le vulnerabilità, concordare una linea comune e decidere; ma sappiamo quanto i veti incrociati, i calcoli elettorali nazionali o le divergenze tra governi paralizzino ogni iniziativa.

Non a caso, una lettera franco-tedesca ha sollecitato strumenti europei più rapidi per difendersi dalle pressioni economiche esterne. Anche il commissario europeo al Commercio e alla sicurezza economica, Maroš Šefčovič, ha affrontato con Pechino il problema delle dipendenze economiche trasformate in leve politiche. Il tema è ormai riconosciuto. Ciò che resta da dimostrare è la capacità di tradurre questa consapevolezza in decisioni operative.

Non mancano le analisi: mancano la volontà politica e le istituzioni necessarie ed articolate per governare l’interdipendenza su scala continentale e mondiale

Si potrebbe obiettare che rafforzare l’autonomia economica europea richiede ingenti risorse finanziarie. È vero: diversificare le forniture, sviluppare capacità industriali strategiche, investire in ricerca e innovazione e costruire infrastrutture comuni comporta costi considerevoli.

Ma il denaro non spiega tutto. Il ritorno del capitalismo di Stato, testimoniato anche dalla crescente importanza dei fondi sovrani e dai loro ingenti patrimoni — come sottolineava Le Monde il 10 ottobre 2026, nell’articolo “Comment les États utilisent leurs fonds souverains et leurs 16 000 milliards de dollars d’actifs pour étendre leur influence” — mostra che numerosi paesi considerano ormai la capacità finanziaria uno strumento essenziale per estendere la propria influenza economica e geopolitica.

L’Europa non può ignorare questa trasformazione. Non basta proclamare la centralità del mercato, confidando che le interdipendenze producano spontaneamente cooperazione e stabilità. Quando altri governi utilizzano sistematicamente le risorse economiche come strumenti di potere, l’Unione deve saper combinare mercato, investimenti, politica industriale e capacità di risposta.

Il nodo decisivo, dunque, resta politico. Da anni si accumulano analisi, proposte e raccomandazioni. I rapporti di Mario Draghi sulla competitività europea e di Enrico Letta sul futuro del mercato unico, commissionati o promossi nel quadro delle iniziative delle istituzioni europee, hanno indicato con chiarezza molte delle riforme necessarie: investimenti, innovazione, integrazione dei mercati, riduzione delle frammentazioni nazionali e rafforzamento della capacità d’azione comune.

Non occorre fingere che tutte le soluzioni siano già disponibili o che ogni raccomandazione possa essere applicata immediatamente. Occorre, però, smettere di trattare ogni nuova analisi come se fosse un punto di partenza, anziché un richiamo urgente a decisioni da tempo rinviate. Ad esempio, in questo quadro, il confronto tra i governi sul prossimo QFP 2028-20234 appare in tutta la sua meschinità.

L’Unione deve accelerare la diversificazione delle forniture strategiche, rafforzare le proprie capacità tecnologiche e industriali, aumentare e coordinare gli investimenti e rendere credibile la possibilità di rispondere alla coercizione economica. Soprattutto, deve dimostrare che gli interessi europei possono prevalere sui riflessi nazionali quando è in gioco la sicurezza e l’autonomia dell’intero continente.

Il tempo delle procrastinazioni deve finire. L’Europa dispone ancora di risorse economiche, industriali, tecnologiche e culturali straordinarie. Ciò che ancora manca sono la volontà politica e le istituzioni necessarie per metterle a sistema e governarle: non basta proclamare a parole l’autonomia strategica. Bisogna costruirla, e quindi esercitarla. Perché, come ha insegnato Jean Monnet, “Nulla è possibile senza gli uomini, nulla dura senza le istituzioni”.

 



FONDAZIONE MARIO E VALERIA ALBERTINI

Via Villa Glori 8, 27100 Pavia
Codice fiscale: 96043680188
Tel.: +39 0382 530045
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - https://www.fondazionealbertini.org

Copyright © 2025 Fondazione Albertini. Tutti i diritti riservati.