Newsletter n.2
Settembre 2026
Esiste davvero, per gli europei,
l’alternativa dell’Europa delle nazioni?
Due fatti recenti hanno ridato slancio in Europa alla retorica dei nazionalisti contro l’Unione europea. Da un lato, la sconfitta del Sì al referendum islandese per la ripresa dei negoziati per l’adesione all’UE. Dall’altro la travolgente vittoria di AfD nelle elezioni in Sassonia-Anhalt. La sconfitta in Islanda ha anche suscitato un dibattito utile sulla necessità che l’Europa diventi più “attrattiva”, approfondendo la sua integrazione soprattutto in senso politico, per diventare più credibile agli occhi dell’opinione pubblica anche come garante della sicurezza; l’avanzata trionfale dell’AfD, invece, per quanto non inaspettata, ha provocato uno choc che è ancora difficile prevedere come verrà metabolizzato dalle forze democratiche. Resta evidente, comunque, in entrambi i casi, che si tratta di una vittoria (che come tale viene cavalcata) dei partiti nazionalisti che ne hanno approfittato per rilanciare lo slogan di “un’altra Europa”, dell’Europa “alternativa”, ossia l’Europa delle nazioni.
Per ulteriori commenti sui fatti specifici, soprattutto sul referendum islandese, rimandiamo alle note sul nostro sito della Fondazione, che trovate in link anche più sotto. Così come, allargando lo sguardo ai temi del futuro europeo e dell’allargamento, ricordiamo la scorsa Lettera Europea, la n.91, dedicata in particolare all’ingresso dell’Ucraina nell’UE. Qui, invece, preme fare una riflessione, tanto più necessaria nel momento in cui la destra antieuropea avanza sul piano elettorale, su questa pretesa dei partiti “sovranisti” di costruire un’Europa di nazioni, in cui ciascuno Stato difenderebbe orgogliosamente il proprio interesse nazionale, rifiutando di “piegarsi” all’integrazione e ignorando gli obiettivi generali di lungo periodo. Si tratta di un modello in cui si allenterebbe il Mercato unico e si richiuderebbero le frontiere nazionali, mentre già si parla di smantellare l’euro. Ciò che unirebbe questa Europa, in cui ciascuno vorrà pensare e agire esclusivamente per sé, sarebbero la comune identità bianca e cristiana, l’ideologia intollerante, xenofoba e anti-liberale, il rifiuto del progresso (persino il problema del cambiamento climatico viene negato, e si accusano le politiche green di tutti i problemi della nostra industria), il mito dell’uomo (o della donna…) forte.
Le forze democratiche sono chiamate a denunciare innanzitutto che siamo di fronte ad un ossimoro: l’Europa, quando non ci si limita ad evocarla come espressione geografica, è, in realtà, una comunità sovranazionale, nata sulla base della Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 proprio per affermare la pace, la libertà e la democrazia e superare storicamente e politicamente il nazionalismo, pericoloso e controproducente, costruendo istituzioni e sovranità condivise. Benché questo obiettivo sia solo in parte realizzato (gli Stati membri restano ancora “i padroni dei Trattati” e si sono rifiutati ad oggi, di condividere sovranità politica negli ambiti al cuore dei poteri statuali, in primis potestà fiscale e sicurezza, concedendo solo quella necessaria per costruire un forte Mercato unico – anche se questo processo è stato comunque profondo, e ha implicato anche creare una moneta unica realmente federale), i valori e la visione che lo sottendono restano al cuore e costituiscono la sostanza insostituibile del progetto europeo.
Detto questo, siamo, però, ancor di più, di fronte ad una palese mistificazione della realtà. Gli Stati europei, singolarmente, non hanno la dimensione, il potere, e neppure le risorse, per essere autonomi. Se gli Stati nazionali europei fossero ancora abbastanza potenti da contare nel mondo, semplicemente conterebbero; così come se le monete nazionali fossero abbastanza solide da reggere l’urto dei mercati finanziari internazionali, non sarebbe nato l’euro. Anche l’idea che possa ancora esistere una società omogenea e ancorata agli antichi equilibri e ruoli della società pre-industriale è chiaramente una bufala, o un incubo da cui fuggire. Non c’è nulla di vero e realistico nella proposta di un’Europa delle nazioni, che ci impoverirebbe e ci farebbe precipitare nel caos politico.
Tuttavia, come accade in molte questioni, la pericolosità di queste forze di estrema destra e dei loro discorsi – che non possono reggere né dal punto di vista della coerenza logica, né da quello del confronto con i fatti, né sul piano etico, ma che si rivolgono ad un disagio reale delle nostre società – sta nello spostare il dibattito su un terreno che, da un lato sdogana e rende apparentemente normali posizioni inaccettabili ed estremamente pericolose, dall’altro offusca le battaglie politiche necessarie per uscire da questa impasse. Occorre quindi concentrarsi su queste ultime e riportarle al centro della politica, a partire da quella -– assolutamente prioritaria, perché conditio sine qua non per dotarci degli strumenti per rilanciare la nostra società e la nostra economia – dell’
Eppure, nella società europea, c’è ancora un bacino molto ampio di consensi per l’unità dell’Europa. Lo testimoniano tutti i sondaggi, incluso l’Eurobarometro, anche in contrasto con l’avanzare della forza elettorale degli euro-scettici, e i tanti commenti, interventi, analisi di esperti ed esponenti del mondo dell’economia, della cultura dell’impresa. Tra le iniziative importanti più recenti per cercare di contrastare la deriva nazional-populista e rafforzare il fronte proeuropeo a partire dal tema della competitività, spicca il think tank fondato da Mario Draghi con Patrick Collison, il Rhine Group, che raccoglie alcuni tra i maggiori esperti e studiosi in materia. Draghi è ormai un convinto federalista, che propone e cerca di incentivare iniziative pragmatiche per spingere i governi ad accettare il fatto che bisogna condividere sovranità per costruire la nostra autonomia e poter contare nel mondo (lo abbiamo evidenziato anche nell’editoriale de Il Federalista, 1-2 2026).
Proprio collegandoci idealmente a questo lavoro di riflessione e proposta, come Fondazione Albertini segnaliamo il contributo di alcuni paper di esperti federalisti sulla questione del bilancio: tema centrale per dare alle istituzioni sovranazionali risorse e poteri indispensabili per agire. Non solo il tema del debito, quindi, ma anche quello della potestà fiscale e delle sue implicazioni politiche, oltre che giuridiche. Un tema che incontra l’opposizione dei governi, proprio perché rappresenta un passaggio cruciale e sostanzialmente irreversibile verso l’integrazione politica e la creazione di una vera capacità autonoma di governo, di natura federale, in alcuni ambiti specifici a livello europeo; ma che rappresenta anche la cartina di tornasole per misurare la volontà reale di procedere verso la costruzione di una sovranità condivisa. Un tema, inoltre, che non potrà essere ignorato ancora a lungo.
La battaglia per sconfiggere il nazionalismo e fermare l’avanzata delle forze che propugnano l’idea dell’Europa delle nazioni può essere vinta solo facendo passi concreti verso la costruzione di un potere federale europeo che rilanci la sovranità degli europei e che salvi anche gli Stati nazionali europei dal rischio di cadere nelle vecchie disastrose aporie del secolo scorso. È un monito che le forze democratiche devono assumere come guida e punto di riferimento.
Augurandovi buona lettura, con i saluti più cordiali,
Luisa Trumellini
Presidente
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PUBBLICAZIONI

Numero 1-2/2026
La lezione di Draghi ad Aquisgrana
Editoriale
Verso un Sistema di Difesa Europeo: l'imperativo dell'integrazione industriale e del coordinamento politico è ancora credibile?
Pierandrea Andriulli
Perché il debito europeo richiede una fiscalità europea?
Stefano Chiesa


